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Questo posto è gli anni 80 - Superpista
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Questo posto è gli anni 80

Ho sempre avuto un debole per i luoghi abbandonati. Da bambino quando mi portavano al mare, passavo decine di minuti a

contemplare grandi colonie abbandonate, alberghi, campeggi.

 YouTube poi mi ha fatto capire che non è un capriccio solo mio, ma che
il fenomeno degli urbex, delle esportazioni, è una passione con sempre
più cultori..

 Negli anni mi ero costruito un ipotetico “relitto edile ideale” da cercare in qualche meandro d’Italia: sognavo di trovare una mega
costruzione polivalente, possibilmente un centro commerciale, che sia stata per un certo periodo un luogo di forte attrazione, e che questo periodo fossero gli anni 80, per poi implodere miseramente nel giro di pochi anni.

Ma soprattutto che rappresentasse una cosa: un’illusione. Una follia.

È vero, c’era Pratilia, primo grande centro commerciale a Prato, costruito nel 1978 ed in costante malora dai primi anni 90. Ma è stato
abbattuto.

Consonno è di un decennio prima, e diciamocelo, ormai è diventato una moderna Pompei, con tanto di camioncini dei paninari nel weekend.

Ci sarebbe anche il flop berlusconiano de “Il Girasole”, centro commerciale nato nel 1985 e mai decollato. Ma infatti, non se lo filava
nessuno neanche allora, ed oggi è un ingrosso cinese.

Il mio Eldorado l’ho trovato una mattina di inizio estate, su consiglio di YouTube…

Saint Gree.Viola, provincia di Cuneo.

Saint Gree, come da titolo, È gli anni 80.

Ho fatto volutamente questo errore grammaticale, perché è una rappresentazione statica di quel decennio.

È come una baldoria durata quattordici anni, e che la notte del 31 dicembre 1989 abbia lasciato una tavolata imbandita che non ha mai
sparecchiato nessuno.

A Saint Gree si facevano serate con Nick Camen, nel 1986. E quattro anni dopo era già tutto sprangato.

Saint Gree se fosse un piatto sarebbe un Aspic: diffusissimo negli anni 80, aestetico, pittoresco, ma totalmente fine a se stesso. Ed oggi
introvabile nei menù.

Saint Gree è nato ad uso e consumo degli anni 80, poi ha avuto un declino rapido e barbaro, come quelle forme di alopecia fulminante che colpiscono alcuni ragazzi appena finita l’adolescenza.

Per parlare di Saint Gree dobbiamo andare al 1976: c’è un giovane ingegnere, Giacomo Augusto Fedriani, che è un tipo alla Dante Giacosa.

Fedriani si occupa di progettazione, calcoli strutturali, design, aspetti commerciali.

È persino un abilissimo sciatore.

In Italia imperversa la febbre della valanga azzurra, e Fedriani ha nel suo tecnigrafo la soluzione per le perfette settimane bianche:

La Porta della neve.

Si, perché La Porta della Neve è (era) il cuore pulsante di Saint
Gree.

Non è un semplice albergo.

Non è nemmeno una stazione sciistica.

La Porta della Neve è una visione forse megalomane, ma profetica. Un prototipo di ciò che saranno località come Cortina d’Ampezzo da lì a
qualche anno.

La porta della neve è un mega stabile che ha tutto: ristoranti, pizzerie, hotel, negozi, supermercati, piscine, una discoteca, un
teatro, una palestra, un centro benessere… Insomma, una città incastonata in un fabbricato posto su una scarpata delle alpi cuneesi.

Saranno un successo gli anni 80, per Saint Gree.

Ci piace immaginarla coi parcheggi popolati da Volvo 240, da modaioli col Renault Espace, da qualche Audi 200 perché “eh, sai che questa c’ha l’integrale?”.

Su Vimeo c’è addirittura un video promozionale con Kissing the pink come sottofondo.

Ma Saint Gree di fatto è una Renault Fuego.

Si, perché è un esibizione di sfarzo su una base che in realtà è
sottodimensionata rispetto alle sue ambizioni.

A La porta della neve si esibiscono Den Harrow, Fiordaliso, le ragazze del Drive In.

Ma di fatto c’è una morte silenziosa che sta per sopraggiungere.

Mancano le nevicate, dicono.

Fedriani nel 1985 lascia ad un delegato l’amministrazione di Saint
Gree. Per motivi familiari, dice.

È l’anno della grande nevicata, poi il declino.Si fanno ancora discretamente bei numeri nella stagione sciistica 1986.

L’anno seguente, il 1987, è l’anno del crack della borsa di Milano.

È l’inizio della morte morale degli anni 80. Ed anche di Saint Gree.

Nel 1990 è già poco quello che funziona ancora a Saint Gree.

Nel 1992 Aster, la società di Fedriani, fallisce.

Arrivano sciacalli dai vari paradisi fiscali, speculatori.
Compravendite e passaggi di proprietà a ritmi scellerati. La Porta
della Neve sopravvive (non si sa come) fino al 1997.

Nel 2000, l’ultimo proprietario di un alloggio soggiorna nell’ormai diroccato stabile.

Dopo di lui a soggiornare li dentro sarà solo qualche senzatetto, topi, e l’umidità che ne sta sfaldando l’intera struttura.

Arrivo a Saint Gree una domenica mattina di metà agosto.

La giornata si è annuvolata, per qualche ora.

Arrivo al cospetto de La Porta della Neve, e mi si forma davanti con esuberanza, prepotenza. Fa veramente paura la sua presenza, sembra un gigante che deve pareggiare il suo conto con il destino.

È un mostro di cemento che domina il paesaggio, che cominci ad intravvederlo già a chilometri di distanza.

A Cuneo, di Saint Gree, non si ricorda più nessuno.

A Ceva chiedo informazioni ad un anziano: “Ci portavo su il cemento, la. Quanti anni…”

Com’era?

“Ah, li ho lavorato un anno e mezzo…la ditta ci aveva preso i Fiat
nuovi, quelli con il cambio impossibile…”

Il fuller? “Si, ma come andava…”

Penso al Fiat 619 ed al suo rombo gutturale che sentivo da bambino.
C’è l’aveva una ditta di materiale edile vicino casa mia.

Un suono che solo quel motore 6 cilindri aveva, un suono capace di spaventare ogni bambino per tanta possenza.

Oggi Saint Gree tenta un rilancio: hanno costruito una seggiovia nuova, piste da downill. Hanno fatto un locale dove lavora una ragazza
veramente carina e gentile che mi presta il caricabatterie dello smartphone.

E poi ci sono attici di gran finitura venduti al prezzo di una utilitaria.

Ma in pochi ci credono.

Sembra come quando vieni a sapere che Nelly Furtado ha fatto un album due anni fa.

Ma ormai il circuito commerciale non se la fila più da tempo.

Una cosa: nei sotterranei de La Porta della Neve ci sono anche due auto. Una
Lancia Fulvia Berlina, ed una Talbot Solara incidentata.

Come siano finte la, non si sa. Di Fedriani?

Non ci è dato a sapere.

Ma penso che, assieme alla Fuego, siano le auto ancora più rappresentative di ció che è stato il progetto urbanistico di Saint
Gree.

La Fulvia Berlina: innovativa, visionaria, stravagante. Ma capace di fare andare in malora i Pesenti, gente perbene, appassionata. Come
Fedriani.

La Talbot Solara: figlia di un marchio che partiva da un brand “povero”, ovvero Simca, sulla quale si voleva farne uno di lusso.

Le Alpi cuneesi sono la Simca. Perché turisticamente non se le sono mai considerate nessuno.

Un consiglio:

Appassionati di auto anni 80, Saint Gree è quanto di meglio possiate trovare, in fatto di location per un raduno.

Oltretutto è pieno di parcheggi vuoti.

E magari la vostra Golf GTI targata “CN”, si sentirà più giovane.

Come quando quella sera di gennaio del 1984 portava su Fausto e Virginia a fare il primo weekend in due.

Fausto non ne capiva più di tanto, ma un anno prima Vincenzo l’aveva portato in quel posto dove fanno le penne alla vodka, ed era convinto di fare un figurone co sta sciccheria.

Ora Fausto e Virgina sono divorziati da 10 anni, e Fausto gira con un Qashqai di seconda mano. Il GTI gli manca tanto, ma pensa sia finito
sotto una pressa da anni, forse proprio in quella campagna rottamazione
del ’97. Bello fantasticare…

Enrico Martinello. Cittadella, 17 ottobre 2019.

  Link video promozionale (1986 circa)

Enrico Martinello

enrico.martinello@superpista.it

Cresciuto nella ridente Cittadella, Padovano come le galline, Enrico è un personaggio eclettico e piuttosto vulcanico. Cultore di ferracci sin dalla tenera età, al punto di rifiutare fermamente uno scooter automatico a 14 anni, in favore della Vespa del nonno. Appassionato di Alfa Romeo, ma che disprezza il mondo degli alfisti.

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