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Hey Mercedes, come ti butta? - Superpista
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Hey Mercedes, come ti butta?


Quella degli interruttori e delle lucine fu una delle mie primissime manie.

O, quantomeno, era una mania coeva a quella per certe serie di cartoni giapponesi. Insomma, quando vedevo un interruttore, soprattutto di quelli che si illuminavano una volta azionati, non sapevo resistere: dovevo premerlo.
Il frigo di mio nonno era dotato di due grossi interruttori luminosi, uno verde e l’altro arancione. Impossibile resistere, e infatti non resistetti: fui responsabile dell’allagamento della cucina per aver dimenticato di riaccendere il freezer. Mi beccai una ramanzina le cui urla ancora rimbalzano fra le pareti di quella casa.

Per quanto riguarda il frangente automobilistico, non c’era molto per cui stare allegri: mio nonno aveva una 127 seconda serie allestimento L (che non voleva dire sicuramente “Lusso” ma, credo, “Lesinare”) il cui unico interruttore interessante era quello del lunotto termico, dotato di spia verde. 
A parte quello, e l’interruttore vicino che comandava i fari, c’era solo un altro piccolo tasto per la ventola della climatizzazione.
La azionai mentre mio nonno non guardava, e si incastrò in posizione accesa. Non tornava più su.

Seconda ramanzina da parte di mio nonno, che nonostante l’interruttore in questione fosse quanto di più economico nell’universo, lo eliminò del tutto. Forse voleva ripararlo e se ne dimenticò, fatto sta che la 127 trascorse tutta la sua vita restante con quei due fili a penzoloni.
E io mi sentivo in colpa ogni volta che li vedevo.

La Ritmo di mio padre invece aveva quegli stranissimi interruttori a botticella, piuttosto duri da azionare come da costume Fiat del tempo. Ovviamente non illuminati. 
Al tempo, quello degli interruttori luminosi era un dettaglio costruttivo ancora in fase di espansione. La maggior parte delle auto in circolazione, con qualche annetto sulle spalle, a meno che non fosse un segmento medio-alto, semplicemente ne era sprovvista. 

In quello stesso periodo (avevo più o meno cinque anni) giocavo a nascondino coi miei cugini, nella casa di campagna di mio nonno: difficile trovare qualcosa di divertente da fare in quei caldi pomeriggi di agosto, ma il nascondino offriva uno svago durevole per via della ampiezza del possedimento dell’anziano parente, che rendeva assai lunghe le operazioni di ricerca.
Una volta, ebbi l’idea di nascondermi nella macchina di mia zia Emilia. 
Era una Visa II Club azzurrina.

Non ero assolutamente preparato alla visione a cui sarei andato incontro. A mio vedere, la Visa era una macchina piuttosto insulsa e bruttarella, più o meno quanto la Ritmo di mio padre, che per giunta era di un colore quasi identico.

L’impatto con il leggendario satellite portacomandi, anche noto come PRN, che raggruppava tutte le funzioni accessorie della macchina (clacson, frecce, fari, tergi) in un unico cilindro di plastica fu annichilente.
Non mancò di stupire nemmeno la forma “a binocolo” del cruscotto, né la disposizione degli interruttori secondari (luminosi!) in fila ordinata dietro il volante monorazza.


Dimentico delle elementari regole di riservatezza proprie del nascondino, cominciai ad azionare tutti i comandi, alcuni dei quali dotati di simboli completamente ignoti ad un bimbo che aveva studiato quasi esclusivamente cruscotti Fiat, in modo compulsivo.
Finì che azionai il clacson, facendomi scoprire e beccandomi anche un cazziatone da mia zia.
Ormai ero un veterano del predicozzo.

Cosa avesse spinto la Citroen a dotare una normale utilitaria, per di più ai miei occhi non esattamente un esempio di beltà, di una plancia così fantascientifica rimase per me uno dei più insondabili misteri della natura umana.
Certo, al tempo non potevo sapere che non era il primo episodio della Casa, e che il sistema “PRN” fu adottato per la prima volta nel 1974 sulla indimenticabile CX, incornicianti peraltro uno sfolgorante cruscotto (“lunule”) dotato di una batteria infinita di spie e di due indicatori a rullo con lente di ingrandimento, sistema già visto sulla GS del 1970 e che non veniva molto apprezzato per via della sua inerzia di funzionamento, piuttosto fastidiosa per quanto riguardava il contagiri. In ogni caso, il fatto che assieme alla velocità venisse indicato lo spazio di frenata corrispondente, era indice della solita lodevole attenzione della Citroen alla sicurezza attiva.

Ma se i satelliti della CX venivano lodati per la loro intuitività, quello della Visa, molto più elaborato e fitto di comandi e spie (anche perché tutte le funzioni venivano raggruppate su un unico satellite anziché su due, come sulla CX) faceva spavento solo a guardarlo.
Non oso immaginare le ore di pratica a cui orde di mamme, di anziani e di neopatentati dovevano adeguarsi per riuscire a maneggiarlo in modo tempestivo.

Non paga di aver sconvolto la vita a gran parte della sua clientela, la Citroen adottò lo stesso comando anche sul restyling della GS, la GSA del 1979 (che sfoggiava per di più un cruscotto dalla grafica spaziale, in cui ovviamente non mancavano contagiri e tachimetro a rullo), sulla Oltcit Club per il mercato rumeno (importata in Europa come Axel, che più di uno scambiava per una Visa malriuscita, ignorando si trattasse di un progetto completamente diverso) e infine sulla ambiziosa e modernissima BX, delineata da Bertone.
Proprio sulla BX, il sistema PRN raggiunse la massima perfezione estetica, essendo i satelliti non più aggiunti sulla plancia, ma bensì un prolungamento di questa. E mentre un contagiri a LED sostituiva il tamburo rotante, che indicava ora solo la velocità, ancora una volta i giornalisti del settore lamentavano il necessario apprendistato per poterli maneggiare degnamente. 
Roba da mettere in crisi un pianista classico, insomma.

E ci troviamo così a passare la boa della metà degli anni ottanta. 
Qualcosa è successo nel frattempo: i modelli europei, secondo la scia di quelli americani e giapponesi, vengono coinvolti in una corsa folle all’accessorio tecnologico. 


Cominciano persino a comparire i computer di bordo con sintetizzatori parlanti, spesso in auto in cui, a guardarle, mai ti aspetteresti di trovarlo. Austin Maestro, Peugeot 505, e soprattutto lei, la Renault 11 Elettronic, in cui peraltro il check control con sintetizzatore vocale era solo la ciliegina su una torta che comprendeva un impianto hi fi di prima qualità (e zeppo di interruttori!), un cruscotto completamente digitale, un computer di bordo multifunzione e addirittura uno dei primi esempi di satellite per i comandi stereo principali.

Di lì a poco, la modernissima Renault 25 avrebbe inoltre segnato un ulteriore traguardo per i maniaci di interruttori grazie al suo tormentatissimo tunnel centrale ospitante i complicatissimi comandi per la regolazione dei sedili, per azionare i quali suppongo ci fosse un corso apposito nelle concessionarie Renault.

Durante quell’orgia, curiosamente, la Citroen andò normalizzando i propri abitacoli. Prima fu la Visa ad adottare una plancia squadrata, banale ed anonima come un prefabbricato di periferia.

Poi fu la BX, in occasione del restyling del 1986. Mentre la CX continuò ad esserne dotata anche dopo il restyling, rinunciando solo al cruscotto con tamburi rotanti, senza peraltro particolari piagnistei da parte degli utenti. 

Da quell’epoca strana e assurda in cui l’assoluto automobilistico era rappresentato dall’indimenticabile Pontiac Trans Am di “Supercar” ad oggi, son passate intere ere geologiche, in cui le plance hanno prima rinunciato ai display digitali in luogo delle care vecchie lancette, per poi tornare recentemente al digitale. I comandi son stati prima raggruppati, razionalizzati, poi di nuovo sparpagliati, fino ad arrivare a certe plance odierne, praticamente degli iPad dotati di sterzo, forse l’unica cosa che ancora ci ricorda di essere a bordo di un’autovettura.

Avessi ancora cinque anni, rischierei quantomeno la sindrome di Stendhal dinanzi a tutte quelle luci e quei colori. Eppure un tempo bastava meno, molto meno.
Quasi nessuno oggi si chiede quanto sia grande l’impatto sulla concentrazione alla guida operato dagli enormi smartphone collocati oltre il volante, comprendenti oltretutto funzioni non direttamente inerenti alla guida su strada, a meno che tale non si voglia intendere il voler sapere, dalla tua Mercedes, come si mangia in un dato ristorante.

No, nessuno obietta. 
Ma, in compenso, in tanti ancora ricordano i tempi in cui smanettavano invano per trovare il lampeggio diurno sulla propria Visa.

Antonio Cabras. Sorso, 22 ottobre 2019.

Antonio Cabras

antonio.cabras@superpista.it

Nasce a Sassari nel 1980 e subito dopo gli viene diagnosticato l’autismo. Ma fraintende, e così comincia a disegnare automobili a tutto spiano dimenticandosi di imparare a parlare. Laureatosi per sbaglio in giurisprudenza, capisce appena in tempo che è meglio essere ricordati per una vignetta sulla Fiat Duna che non per una causa rovinosamente persa.

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