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Della Giulia, del Commissario Betti e del gatto Furio. - Superpista
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Della Giulia, del Commissario Betti e del gatto Furio.

Inizialmente, lo feci solo per lei: la Giulia.  E sì, anche un po’ per le altre: 124, Fulvia e Flavia, Citroen, BMW, insomma per un po’ tutta quella allegra marmaglia di romantici tegami anni ’70 che era diventato difficile incontrare per strada.Verso la fine dell’inverno del 1997, internet era ancora una chimera. Il primo vero PC sarebbe arrivato l’estate di quell’anno, ma sarebbe stata una spesa pressoché inutile: le bollette per i collegamenti internet, per rapidi che fossero, arrivavano a casa calcolate direttamente in litri di sangue. Mentre le riviste del settore (o meglio LA rivista) usciva una volta al mese, e al tempo di rado si occupava di auto così “proletarie”. Erano quasi sempre Ferrari, Cisitalia, Isotta Fraschini, Lancia e Alfa rigorosamente non successive agli anni’50.


E io avevo sete di conoscere. Volevo studiare. Volevo sapere com’era fatta la plancia di una Giulia Super rispetto ad una Giulia TI o ad una Nuova Super. Volevo capire che differenze c’erano fra la 124, la 124 Special, e la 125. Vedere modelli di cui non sapevo nulla, l’Autobianchi A111, la NSU Ro80.Quanto era difficile, a quel tempo. Avevo 17 anni, molta passione, e poche possibilità di soddisfarla.


Così, l’unico modo per appagare la mia sete di cultura automobilistica, era quella di aspettare che alla TV trasmettessero un film girato in quell’epoca. Sapevo bene che negli anni ’70 furono girati decine, se non centinaia di film gialli e polizieschi dove Alfa, Fiat e Lancia abbondavano e non di rado debordavano.Ma anche quella non era una cosa facile: l’unica rete che poteva trasmettere amenità del genere era Retequattro, la benemerita Retequattro che col suo ciclo “I Bellissimi” aveva allietato più volte, soprattutto d’estate, le mie brame da cinefilo frustrato.Però ciò poteva accadere quasi sempre solo in seconda serata, la famigerata fascia post 23.00 oltre la quale mio padre, se mi avesse pizzicato in piedi davanti al televisore, mi avrebbe fatto passare cinque bruttissimi minuti. E, per di più, mi alzavo ogni giorno alle sette per andare a scuola (ah, la vita dello studente pendolare). 


Insomma, era dura.


Ma non in quel magico 1997, fine inverno ormai quasi primavera. Leggo sul giornale di mio nonno, nella pagina dei programmi, un titolo succoso: “Il cittadino si ribella”, 1974, di Enzo G. Castellari con Franco Nero. Ovviamente lo trasmettono tardi, alle 23, ma di sabato. Che culo!! Non c’è il problema della scuola, e alla messa domenicale ho detto sayonara già da un bel po’.Aspetto che mio padre vada a letto, mi perdo l’inizio, e con la coperta sulle spalle, al buio, riaccendo la TV. Appena in tempo per vedere una Giulia della Polizia, ancora in livrea grigioverde, capotare rovinosamente al rallenty mentre una 1750 berlina bianca sgomma impazzita per le strade di Genova. Basta solo quello, ad asciugare ogni traccia di saliva nel mio corpo. Dopo quell’inseguimento, la mia veglia dura il tempo di vedere l’Innocenti Regent guidata da Nero tamponata a morte dalla poderosa Alfa 2600 Berlina di un furfante. L’adrenalina è a mille, ma il sonno è a duemila. Non ce la faccio più e vado a letto felice. 


Il sabato successivo, altro titolo più che promettente: Roma Violenta, 1975, di Franco Martinelli con Maurizio Merli. Ormai era evidente che la benemerita Retequattro aveva dato inizio ad un ciclo, e che io avrei potuto beatamente strafarmi di inseguimenti ogni sabato, di nascosto dall’autorità genitoriale, in completa beatitudine. Ora, io non avevo la benché minima idea di chi fosse sto Merli. Non era per gli attori che facevo le ore piccole, ma unicamente per i favolosi inseguimenti. Cosicché. il sabato successivo mi ero organizzato meglio. Stufetta, bottiglia di Fanta, coperta, e gatto (Furio, che bello eri!) rigorosamente sulle ginocchia.


Becco il film dall’inizio, stavolta. “Oh, ma l’attore che è, una specie di Franco Nero di serie B?” pensavo fra me e me mentre sto commissario Betti, alto biondo e baffuto, menava schiaffoni contro un balordo assassino dentro un pullman deserto. Ad ogni schiaffo, il malcapitato si faceva tutto l’autobus in volo, da un estremo all’altro.Il rumore delle sberle era quello dei film di Spencer e Hill. Ma l’effetto complessivo era molto diverso. Guardo quella sequenza con entusiasmo.Forse, troppo entusiasmo: dotato di un sonno che, quanto a leggerezza, è secondo solo al mio, mio padre si sveglia cogliendomi sul fatto. Momento d’imbarazzo: la mia piccola trasgressione era già stata scoperta, e il mio piccolo angolo di paradiso repentinamente demolito.


Ancora non aveva finito di dire “E tu cosa cavolo ci….” che voltandosi verso il televisore acceso, l’irato parente incrocia lo sguardo glaciale del commissario di ferro. “Maurizio Merli!” Esclama! “Fantastico!”E così dicendo, si siede a guardarlo assieme a me, a quell’orario improbabile, al fianco di un figlio basito e ad un gatto che se la dormiva da par suo. Mi spiega che lui era un fan di quell’attore e di quei film, e che galvanizzato dalla loro epica, aveva maturato la decisione di fare il concorso per sottufficiali di polizia: e lo avrebbe fatto, diamine se lo avrebbe fatto, se solo mia madre non glielo avesse impedito. Mi raccontò anche che Merli, non era più fra noi da un bel po’ di anni. Se ne andò giovane, poveretto. Incidente d’auto, forse, O infarto, non ricordava bene. Cominciai a provare un velo di tristezza che avrei mantenuto ogni volta che avessi visto un film di Merli, e li avrei visti tutti. 


Arrivò così il momento clou. Rapina in banca, rapinatore spietatissimo (John Steiner, una faccia che solo a vederla capivi che avrebbe potuto impersonare solo la parte del cattivo, o del pazzo, o del nazista, o del pazzo nazista, o del cattivo nazista pazzo) che fra una nefandezza e l’altra spara una sventagliata di mitra nella schiena del poliziotto in borghese Ray Lovelock. Nella dannatissima schiena, davanti agli occhi del commissario Betti.Dopo qualche sparo di rito andato a vuoto, i due banditi superstiti alla sparatoria scappano su una BMW 1800 argento, modello che non conoscevo e che trovai alquanto sgraziato. Betti si gettò all’inseguimento con una Giulia Super 1600 amaranto, con i cerchi in lega. Dando origine ad uno degli inseguimenti più emozionanti e ben fatti che abbia mai visto. Sette minuti di pura adrenalina, di vera goduria. E vogliamo parlare della colonna sonora? “Gangster story” dei fratelli De Angelis, alias Oliver Onions. Che ve lo dico a fare!


Bullitt? In confronto una barba. Il braccio violento della legge? Roma violenta, con le  scalate di Merli ricambiate dall’urlo del bialbero Alfa, le scodate della BMW imbizzarrita sul bagnato, le inquadrature della ruota anteriore della Giulia che si flette allo spasimo prima da una parte, poi dall’altra…. Qualcosa di veramente estasiante oltre che ben fatto. A pensarci, fa quasi sorridere che il nome del regista, Franco Martinelli, era lo pseudonimo di Marino Girolami, che poi altri non era che il futuro regista dei Pierino con Alvaro Vitali. Eppure al tempo era così, come i vari Sergio Corbucci, o Lucio Fulci, o Umberto Lenzi, i registi passavano da un genere all’altro a seconda dei trend del momento (prima il western, poi il giallo, poi il poliziottesco, poi l’horror…..) e qualche volta lasciavano il segno. Eppure, Martinelli / Girolami, che peraltro era padre di quell’Enzo Castellari i cui film con Franco Nero avevano avuto un successo incredibile, non verrà ricordato mai per Roma Violenta, che ebbe un grandissimo successo, ma proprio per Pierino, che fu un successo ancora maggiore dando origine a quell’effimero sotto-sotto genere chiamato “barzelletta movie”, quando non “scureggia movie”. 


Ma in quel preciso momento, niente di tutto ciò aveva importanza. Padre e figlio davanti al televisore, seduti uno di fianco all’altro, sentivano di essere nella Giulia insieme al grande Betti. Momento di estasi quando Merli si libera, buttandolo giù a calci, del parabrezza ormai incrinato della Giulia: sequenza fantastica e ben girata, senza l’uso di controfigure. E sì, perché come scoprii in seguito, il mitico Maurizione girava senza stuntman. Arrampicate, salti, calci, e parecchie sequenze automobilistiche. In pratica faceva ciò che fa oggi Tom Cruise, con la differenza che non lo trovavi indisponente. E quando anche capitò qualche guaio (nel sequel girato da Umberto Lenzi, il bellissimo “Napoli Violenta” del 1976, l’Alfetta guidata a folle velocità da Merli nel traffico prese in pieno un incolpevole Maggiolone che passava lì per i fatti suoi) non era un problema: la sequenza fu mantenuta ed inserita nel film, nonostante il guidatore della VW dovesse essersi fatto discretamente male.


All’apice del pathos e dell’adrenalina, la BMW si ferma davanti ad una scuola elementare. “Adesso lo faccio fermare io a sto fijo de ‘na mignotta” esclama Steiner, passando subito dalle parole ai fatti e falciando un gruppo di bambini davanti agli occhi delle madri. Silenzio e costernazione da parte dei Cabras spettatori, padre e figlio, col padre che pronuncia qualche insulto irripetibile ai danni di Steiner. Merli si ferma davanti ai piccoli cadaveri, li guarda, rosso nel viso, nell’abbraccio delle madri disperate. Poi ingrana di nuovo la prima e riparte sgommando. Bravo. E’ giusto così. Beccali e rompigli il culo, a quei bastardi. 
La BMW ormai “sfonnata”, per usare lo stesso termine del rapinatore, imbocca la sopraelevata della Tangenziale Est al tempo in costruzione, ma ormai la Giulia, che non ha perso un grammo della sua rabbia, la affianca e, a suon di sportellate, la sbatte fuori strada.Finisce come era giusto che finisse: i rapinatori tentano di farlo fuori, ma Betti li fredda senza nemmeno lasciare il sedile dell’Alfa. Freddati attraverso il parabrezza divelto poco prima. Gli spettatori, padre e figlio, si liberano finalmente in un plauso collettivo. Grandissimo, Merli. Che scena. Il Clint Eastwood di Callaghan è una Orsolina al tuo cospetto. 


Mio padre andò a letto dopo la fine di quella sequenza, raccomandandosi di raccontargli come andava a finire. Il che aveva dello straordinario, in quel determinato periodo. Io non durai molto di più, andai a letto poco dopo, stremato dall’ora tarda.In quel 1997 ci furono molti altri sabati dediti al poliziottesco: forse senza saperlo, Retequattro aveva dato origine, in quell’anno, alla riscoperta e conseguente rivalutazione del genere. Io ne fui completamente travolto, e fui investito da un mondo di Merli, Milian, Merenda, Beretta, Giulie e Alfette, stupri e schiaffoni, rapine e sangue rosso fluorescente. Nel tempo, li avrei visti, rivisti, e recensiti un po’ tutti, ma ancora oggi soltanto Roma Violenta, il primo amore, riesce a darmi un brivido del tutto particolare. 


Roma violenta fu il primo film con Merli, il vero unico ed insostituibile commissario di ferro, ruolo che gli rimase attaccato indissolubilmente tanto da non permettergli quasi di fare altro nella sua carriera dopo il declino del genere. Fra i cineasti, generalmente si identifica come capostipite del poliziottesco il notevolissimo e plumbeo “La polizia incrimina, la legge assolve” di Castellari con Franco Nero, del ’74, di cui “Roma Violenta” doveva essere una sorta di sequel per il quale, visto l’alto cachet di Nero, scelsero un attore il più possibile a lui somigliante.Ebbene, sarà che fu il primo vero amore, sara che fu l’opera prima col Maurizione, sarà quel che sarà, ma Roma violenta è, per me, l’inizo di tutto. 


Ma la trattazione del mondo del poliziottesco non si esaurisce certo qui: continueremo la prossima volta, purtroppo senza più gatto sulle ginocchia. Vedrò quantomeno di recuperare una Fanta.


Antonio Cabras | San Donato Milanese, 29 novembre 2019.  

Antonio Cabras

antonio.cabras@superpista.it

Nasce a Sassari nel 1980 e subito dopo gli viene diagnosticato l’autismo. Ma fraintende, e così comincia a disegnare automobili a tutto spiano dimenticandosi di imparare a parlare. Laureatosi per sbaglio in giurisprudenza, capisce appena in tempo che è meglio essere ricordati per una vignetta sulla Fiat Duna che non per una causa rovinosamente persa.

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