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SHIFTY 900: UNA FIAT 127 ED UNA MOTO CHE S’INCONTRANO IN QUEL DI PADOVA - Superpista
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SHIFTY 900: UNA FIAT 127 ED UNA MOTO CHE S’INCONTRANO IN QUEL DI PADOVA

Si puo’ fabbricare, al giorno d’oggi, una moto in un garage di casa? Si puo’ fabbricare, sempre oggi un’auto, nel garage di casa? Siamo abituati a stabilimenti faraonici, impianti iper robotizzati, eppure, in tutto questo marasma c’è una particolare nicchia che gioca controcorrente: i costruttori artigianali.

La patria degli “artigianali” è certamente il Regno Unito: patria delle barchette pronto-pista, patria dei vari Caterham, ma anche dei vari Nobel, Ariel, Radical, e tutta una lista infinita di piccoli costruttori dalle dimensioni di una piccola-media impresa che però hanno saputo costruirsi negli anni una clientela sparsa in tutto il globo, fidelizzata, pronta anche a spendere certe cifre per avere un prodotto autentico, esclusivo, e che sia fedele ai valori piu’ radicali dell’automobilismo piu’ puro. Meccaniche semplici, motori di grande diffusione a patto siano sufficientemente potenti, ed abitacoli essenziali. E noi?

L’Italia ha avuto anch’essa un’epoca in cui l’artigianato era florido, sia in campo automobilistico che motociclistico, e pure oggi possiamo citare i vari Mazzanti, Ghezzi Brian, Magni, e la appena “svanita” Borile.

Ma noi vogliamo fare un passo indietro, anzi: circa 45 passi indietro, e tornare agli anni settanta.

L’artigianato in campo motociclistico, negli anni settanta, campava piu’ che altro nel settore cross/regolarità e con i “tuboni”: i semplicissimi ciclomotori a marce che spesso utilizzavano unita’ Franco Morini GSA acquistati in stock, e piu’ che altro specializzati in un mercato locale. Ricordiamo i vari Motron, Gori, e Peripoli nel vicentino: la sua sede era un capannone ben visibile all’uscita di Montecchio Maggiore, oggi irriconoscibile perché è un piccolo magazzino per ricambistica di quadri elettrici.

Fra tutte le realtà artigianali, oggi ne vogliamo parlare di una: effimera, finanziariamente povera, e di cui oggi praticamente nessuno, nemmeno nella sua terra natia, ne ricordi qualcosa. Siamo a Busa di Vigonza, pochi minuti da Padova, alla metà degli anni settanta, ed Ugolino Grandis è un giovane ingegnere rientrato da poco dalla sua esperienza presso la divisione sudafricana di Chrysler. Ha un’idea il nostro Ugo, peraltro molto bazzicata in quegli anni di crisi energetica: una moto con un motore “intercambiabile”. Una motocicletta che sfrutti un motore di una comunissima utilitaria, sfruttandone i vantaggi: affidabilità generale, bassi consumi (la motocicletta pesa circa 1/5 di un auto: si traduce in minor sforzo meccanico), e costi di gestione ridotti, vista l’ampia diffusione di officine e ricambi dedicati.

La scelta cade in uno dei motori piu’ celebri dell’industria nostrana: il 903 Fiat, di cui non servirebbe nemmeno far presentazioni. Il 903 è un motore nato dal grande estro dell’ing. Giacosa, e che si può dire abbia motorizzato intere generazioni di automobilisti: nasce con la 600, si evolve negli anni (fino a crescere appunto a 903cc), ed arriva alle soglie del 2000. Quasi cinquant’anni di onorata carriera dove, oltre alle auto, è finito su barche, cogeneratori (TOTEM), furgoni e…….la moto in questione: la Shifty 900.

E’ questo il nome che il nostro Ugo sceglie per la sua creatura: deriva dal verbo inglese “to shift”, ovvero “spostare”, “trasferire”. L’obiettivo è far si che addirittura, se uno ci sa fare un po’ con la meccanica, possa trasferirlo dalla propria Fiat 127 alla moto, in base alle proprie esigenze.

Chiariamoci: son sempre esistiti questo genere di “travasi”, in quegli anni in Francia si cerco’ di farlo con il motore boxer della Citroen GS, ci fu poi la Munch Mammuth con motore NSU Prinz, ed in tempi recenti ricordiamo la Horex, con il “V stretta” Volkswagen. Il vero punto di forza della Shifty, era pero’ un attento studio dell’ergonomia e sulla facilità delle operazioni per il “trasferimento” del motore.

La Shifty ha una gestazione di quattro anni, Grandis la progetta, la mette in piedi a tempo perso: è pronta nel 1977. Lui decide di promuoverla come si poteva fare allora: qualche manifestazione locale, qualche richiesta di inserzione su riviste specializzate, fra cui la rivista Motociclismo, che la registra nel suo listino ufficiale, e la mette in prova.

Il cambio è preso pari pari da quello della 127, ma ruotato di 90° e al quale viene bypassata la retromarcia: rimane comunque la trasmissione finale a catena. La componentistica è di varia origine, come da consuetudine delle case artigianali, per contenere i costi: Grandis acquista qua e là componentistica Laverda SF750, Benelli Sei, strumentazione sempre di origine 127. Il 903 è qui in configurazione da 45 cavalli, stessa configurazione offerta nello stesso periodo sulle diffuse Fiat 127 ed Autobianchi A112. Intelligente poi la soluzione di “incapsulare” le testate con una copertura che imitava la forma (e la posizione) del serbatoio. Serbatoio che è in realtà mutuato dalla “Nuova 500”, da poco uscita di produzione. Tutta componentistica di facile reperimento dunque, economica, e che garantiva facilità di intervento in caso di guasti.

Motociclismo ne loda la silenziosità, i bassi consumi, il comfort. Evidenzia però quelli che sono i tipici talloni d’Achille di queste esperienze progettuali: l’elevato peso di 270 chili, l’eccessiva altezza da terra della sella, e gli ingombri. Impressionanti le foto di una rivista spagnola che la mostra in piega durante un test, con il grosso basamento che sfiora l’asfalto. Comprendendo le dimensioni del costruttore, degli sforzi, e dell’artigianalità di questa creazione, è comunque da considerarsi un risultato notevole!

Va anche precisato che, si, 270kg è un valore importante, ma nemmeno il piu’ alto a livello assoluto: ironia del destino, proprio quel mese Motociclismo testa anche la Harley Davidson Liberator, che sulla bilancia fece leggere la bellezza di 380 kg di peso a vuoto…..

Avrà vita breve la Shifty, settanta esemplari venduti perlopiu’ in Spagna, e poche tracce lasciate.

A Busa di Vigonza se lo ricordano in pochi: a me piace pensare che la sua officina è stata quella che oggi si vede in angolo a sinistra appena usciti dallo svincolo di Noventa Padovana, con una misteriosa vecchia moto sul tetto, abbandonata da molti anni. Su internet qualche piccola foto, in bianco e nero, di piccole dimensioni e bassa risoluzione: si riconosce il fatto che quelle siano effettivamente delle Shifty, e pure le finestre sembrano quelle della piccola officina abbandonata. Bello sarebbe trovare qualcuno che ne sa di piu’, ma a quanto pare Ugo era un “self made man” nel senso piu’ letterale: progettava, costruiva, vendeva…

Qui in internet, la storia di un fiero possessore di una Shifty dal 900: conobbe Grandis ad un raduno, ai tempi dell’università, lo ritrovo’ anni dopo, con la sua impresa già fallita nel 1982, messo al lastrico economicamente, e pronto a vendergli proprio quell’esemplare offerto alle varie riviste, e che lui stesso vide in quel motoraduno a Padova, nel novembre del 1979. Piccola curiosità: questo esemplare, la prima ad essere creata, e l’ultima a lasciare Vigonza, venne immatricolata solo nel 1982. Prima si è girata mezza Italia in targa prova.

Ugo Grandis gli fornirà sporadicamente qualche dritta, lo aiuterà a trasformarla in sidecar, poi non si sentiranno per anni, e se ne andrà a miglior vita nel 1998, a soli 56 anni.

Che rimane oggi della Shifty? Qualche testimonianza, una citazione sugli utilizzi del 903, ed un posto fisso negli appassionati di tecnica motoristica, di provocazioni. Penso che la Shifty faccia veramente parte di quelle moto che potrebbero veramente raccontare una storia: una storia di un uomo solo, di lavoro incessante, di pasti saltati, e magari di quella piccola officina che si vede a Busa, dopo lo svincolo. Che prima era una stalla. Oggi una Shifty comincia a valere cifre importanti, ad essere un pezzo da alta collezione, pochi la conoscono: lei non ha vinto gare, non ha rivoluzionato nulla, non ha riempito stive di navi. Ha solo rappresentato la sana follia di un genio incompreso.

Una cosa che, perlomeno le fa onore: la certezza di non scadere mai nel mainstream.

Enrico Martinello | Cittadella, 9 dicembre 2019.

Enrico Martinello

enrico.martinello@superpista.it

Cresciuto nella ridente Cittadella, Padovano come le galline, Enrico è un personaggio eclettico e piuttosto vulcanico. Cultore di ferracci sin dalla tenera età, al punto di rifiutare fermamente uno scooter automatico a 14 anni, in favore della Vespa del nonno. Appassionato di Alfa Romeo, ma che disprezza il mondo degli alfisti.

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