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CAROL SHELBY E LA TALBOT HORIZON - Superpista
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CAROL SHELBY E LA TALBOT HORIZON

 Sono fermamente convinto che i migliori pezzi di un artista talvolta siano quelli “minori”, quelli sconosciuti, quelli che scopri soltanto una volta che ti metti ad ascoltare tutto un album magari definito come pietra miliare, ma piu’ che altro per la presenza di quattro, massimo cinque brani, di gran successo ed impatto storico nel percorso musicale di un artista.

Pezzi che fondamentalmente non si fila nessuno, ma nei quali magari ci sentiamo dentro un particolare riff, un particolare suono, che magari ci evocano un qualcosa, ci catturano in un qualche modo.

Nello specifico, vorrei fare un parallelo fra l’auto di cui parleremo oggi, ed una nascente icona pop di quel 1983, in cui questa “opera minore” stava per essere deliberata ed essere di conseguenza lanciata l’anno seguente: Madonna. In quell’anno Madonna fece uscire il suo primo album, e c’è un pezzo “Phisycal attraction” che trovo perfetto per essere abbinato a quest’auto. Sconosciuto, infarcitissimo di sintetizzatori, eppure che trovo incredibilmente evocativo: è il perfetto sottofondo all’interno di un centro commerciale di quegli anni, o una sala di aerobica, è vaporwave senza volerlo, è plasticoso, sa di televendita dai colori sbiaditi…

L’altra icona è Carol Shelby, reso recentemente ancora piu’ noto al pubblico mainstream grazie al film “Le Mans 66” con Matt Damon nei panni del celebre preparatore statunitense. Carol Shelby è una figura tutto sommato abbastanza simile al nostro Carlo Abarth: rampante pilota prima, poi a capo di un atelier che nei suoi anni d’oro sviluppava auto da competizione sulla base di modelli di grande produzione.

C’è poi il “corpo del reato”: la Horizon. Come sappiamo, la Horizon nasce durante l’insediamento di Chrysler in Europa nei primi anni 70: nasce marchiata Simca, poi Chrysler, infine Talbot. Una gran confusione, tant’è che per un certo periodo era anche possibile ritrovarsi con un’auto con tre stemmi differenti: uno nella calandra, un altro nel volante ed un terzo nel portellone. Il chiaro segno di cio’ che fu il male principale di questo modello: troppa confusione, a scapito della credibilità.

Ciò che forse non tutti (qui da noi) sanno, è che questo modello, in quanto concepito come “world car”, ebbe una sua carriera anche oltreoceano. Paradossalmente anche piu’ lunga (1978-1990), e con molte piu’ varianti sul tema. Tanto per cambiare: in America ci sbarcò con due brand (Dodge meglio rifinita, Plymouth piu’ economica) e con un altro nome, ovvero “Omni”. Un operazione del tutto simile a ciò che faceva Opel con la Kadett (Chevrolet LeMans) o la stessa Volkswagen con la Golf (Rabbit).

La Omni si proponeva come sia come “supercompact” che come “student car”: da un lato una risposta alla difficile situazione economica statunitense di fine anni settanta, dall’altra un’auto pensata per i giovani studenti. Ed è proprio anche per intercettare questa clientela giovanile che, attorno alla piattaforma della Omni ci viene sviluppata tutta una lunga famiglia di modelli: si va da un curioso coupè (Plymouth Duster), a qualche icona (Dodge Challenger), per finire, quasi curiosamente, anche all’erede della Omni, la Sundance, che ironia della sorte assomigliava moltissimo alla Peugeot 309, ovvero l’erede della Horizon in Europa. Un’auto abbastanza derisa dagli americani, nonostante una dispendiosa compagna di lancio con Tina Turner. Svariate componenti della piattaforma Omni/Horizon finirono anche sulla prima Chrysler Voyager (1983).

Paliamo della Omni, e le sue differenza rispetto la nostra Horizon: ovviamente cio’ che salta subito all’occhio sono i vistosi paraurti maggiorati per rispondere alle normative d’impatto USA (poco prima ci fu il caso mediatico delle Ford Pinto..), la fanaleria bianco/rossa, ed una piu’ vasta offerta per quanto riguarda riguarda la scelta della selleria (molto apprezzata fu la possibilità di poterla avere interamente in vinile rosso).

Quanto alla gamma motori: La Omni sbarcò in America con una unità 1.7 di origine Volkswagen rivista da Chrysler, seguita da li a poco dai “nativi” 2.2 e 1.6 Simca. Successivamente, con l’uscita di scena della Horizon europea, fu tutto unificato alla sola variante 2.2. Curiosamente dobbiamo anche segnalare una cosa: la Horizon americana, ebbe in dotazione un ammortizzatore di sterzo, allora un must d’oltreoceano.

La Omni ebbe un successo modesto a livello numerico, ma fu piu’ che altro fondamentale al colosso di Auburn Hills per ottenere degli aiuti governativi in grado di salvare una situazione finanziaria, quella di Chrysler, ormai alla rovina.

E qui arriviamo al nocciolo della nostra storia: nel 1978, in Chrysler, si insedia Lee Iacocca. Lee Iacocca è stato, fino ad allora, un uomo di punta della Ford: sua l’intuizione della prima Mustang, ma anche dell’attacco al mercato europeo tramite la Fiesta. La sua infatti, è una delle figure piu’ di spicco (seppure con poche comparse) nel film Le Mans 66.

Lee Iacocca sbarca in Chrysler, dopo essere stato cacciato da Ford, e ritrova una casa automobilistica martoriata da operazioni fallimentari (Chrysler Europe) e modelli sbagliati (Plymouth Volare, Dodge Aspen). Porta con se i collaboratori che gli erano piu’ fedeli in Ford, e soprattutto i contatti con un “certo” Carol Shelby, grande amico durante la permanenza in Ford.

La collaborazione con Shelby per Chrysler, è in alcuni casi consistente in mere rivistazioni estetiche, in altri son delle vere e proprie elaborazioni estreme.

E’ questo il caso della Dodge Omni GLH:

Nel recente film, gli appassionati piu’ attenti avranno senz’altro notato il cartello rivolto a Ken Miles, durante Daytona 1966, con scritto “goes like hell”. Ecco, la sigla “GLH” vuol proprio dire questo: va come un demonio! Chissà se i creatori del film abbiano quasi voluto tributare in maniera “subliminale” la Omni GLH, questa la mia prima, ironica, reazione!

La Omni GLH parte dalla unità 2.2 Chrysler: un motore nato durante la permanenza di Chrysler in Europa, sviluppato inizialmente durante la genesi della ammiraglia Tagora. E’ un motore che ritroveremo anche sulla Matra Murena, ma soprattutto in svariate applicazioni di Chrysler negli USA, fra cui la Omni. Il 2.2 sulla Horizon è offerto nelle due varianti asfittiche di 85 e 93/96 CV.

La cura Shelby porta in dote a questo 2.2, una sovralimentazione, che fa lievitare la potenza a quota 142 cavalli! Esteticamente viene offerta con l’esclusiva colorazione “jet black”.

La Omni GLH è una hot hatch piuttosto grezza: è una due volumi leggera, da sparo, nella tipica usanza yankee. E’ un auto che punta tutto sulle doti velocistiche nude e crude: accelerazione 0-100, tempo di percorrenza del miglio dal fermo, ed un discreto valore in fatto di velocità massima. Naturalmente, dal punto di vista dinamico, nonostante un McPherson in luogo del ponte rigido della versione europea, la Omni GLH presenta diversi handicap a livello di comportamento poco neutro in curva (decisamente sottosterzante), ed una rigidità torsionale piuttosto carente (fonte Autocar UK, 1985).

Poco importa però: la Omni GLH negli USA viene pubblicizzata come una delle auto piu’ veloci, ed allo stesso tempo piu’ economiche, offerte sul mercato.

Ciò che però è un vero fiore all’occhiello è ciò che, Carrol Shelby, decide di regalarsi al termine della produzione della Omni GLH: la Omni GLHS (dove “S” sta per Shelby).

Il motore 2.2 viene vitaminizzato fino a 175 cavalli grazie all’aggiunta di un intercooler montato frontalmente. Un esemplare unico, una versione ultra esclusiva di un’auto ultra popolare.

Ma ciò che piu’ ci piace della Omni GLH (e GLHS), è quasi questa voglia, forse inconscia, di voler emulare anche qui il nostrano Carlo Abarth: il desiderio di poter fare la voce grossa fra le grosse sportive grazie ad una utilitaria ipertrofica!

Un pezzo minore, certamente. Ma in grado di dare una dignità ad un modello che forse, senza di questa versione, avrebbe avuto una fama troppo “cheap”. Fallimentare, scadente. Come in quegli anni lo fu già la Yugo.

Ma questa è tutta un’altra storia.

Enrico Martinello | Cittadella, 14 dicembre 2019.

Enrico Martinello

enrico.martinello@superpista.it

Cresciuto nella ridente Cittadella, Padovano come le galline, Enrico è un personaggio eclettico e piuttosto vulcanico. Cultore di ferracci sin dalla tenera età, al punto di rifiutare fermamente uno scooter automatico a 14 anni, in favore della Vespa del nonno. Appassionato di Alfa Romeo, ma che disprezza il mondo degli alfisti.

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