Search
"Quattro bravi ragazzi": le radici del Salvinismo. - Superpista
fade
8532
post-template-default,single,single-post,postid-8532,single-format-standard,theme-averly,cookies-not-set,eltd-core-1.3,woocommerce-no-js,averly child-child-ver-1.0.1,averly-ver-1.7,eltd-smooth-scroll,eltd-smooth-page-transitions,eltd-mimic-ajax,eltd-grid-1200,eltd-blog-installed,eltd-main-style1,eltd-disable-fullscreen-menu-opener,eltd-header-standard,eltd-sticky-header-on-scroll-down-up,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,eltd-,eltd-fullscreen-search eltd-search-fade,eltd-disable-sidemenu-area-opener,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

“Quattro bravi ragazzi”: le radici del Salvinismo.

Da Cinque anni, stiamo assistendo inermi all’ascesa mediatica e politica di Matteo Salvini, fenomeno (e fino al 2013 noumeno) della Lega Nord la cui carriera da segretario politico è nata e cresciuta tra ospitate in TV e propaganda social, analoga al celebre “Truman show”.

Salvini, già apparso nel 1986 in “Grande slalom”, a soli 13 anni, riappare nel 1993 nel quiz “Il Pranzo è servito”; ed è proprio in quell’anno che esce nei cinema “Quattro Bravi Ragazzi”, prodotto dalla Taodue film (prima di essere la Taodue) e diretto da Claudio Camarca.

Il film è ambientato in una Milano noir, contrapposta alla “Milano da Bere”, finita da poco, ed è proprio lì che avvengono le scorribande dei quattro protagonisti: liceali (probabilmente prossimi alla maturità) che fanno della delinquenza il loro hobby. A risaltare di più, tra i personaggi, è proprio Giorgio Molteni: il “prototipo salviniano” ultraviolento, il cui tema letto dal professore (interpretato da Sperandeo, cosa alquanto desueta) cita: “non mi piacciono gli africani, i negri, i terroni; bisognerebbe rispedirli a casa loro. In Italia non c’è lavoro per nessuno, figuriamoci per loro; in più, ci portano le malattie e la criminalità”. Tutto ciò esalta i capisaldi su cui si fondava la Lega Nord e sui quali ancora si fonda, come dimostra Umberto Bossi ogni volta che apre bocca per dire qualcosa, la quale – tra il 1993 e il 2013 – è stata diluita nelle acque del Tevere, in quel di “Roma Ladrona”, ma soltanto apparentemente.

Del resto, le idee sono rimaste quelle del fondatore, e non ha mancato di farcelo sapere, ma i voti in Calabria li prenderà lo stesso.

Giunti al finale del film, proceduto da un omicidio/furto d’auto compiuto proprio dal Molteni, ecco una scena che ha del surreale: un videogioco tridimensionale (con grafica identica ai primi giochi della PlayStation) in cui Giorgio, seguito dall’amico René, diventa un’ape e in cui viene catturato; il che potrebbe presagire quello che può essere un epilogo metaforico delle conseguenze nella vita reale.

Ma nella realtà vera, diversa da quella cinematografica, il finale sarebbe stato diverso: il Molteni, dopo aver concluso col 36 politico la sua maturità, avrebbe fatto carriera tra le fila della Lega Nord; mentre in tempi più recenti, sarebbe stato un buon diffusore di ultraviolenza di stampo razziale sugli spazi online.

Piaccia o non piaccia la struttura della trama, il film resta uno spunto di riflessione e uno specchio del regresso nel progresso.

Ammesso che il colpo di Stato del 1992 sia stato sintomo di progresso.

Domenico Arcudi | Campo Calabro, 25 dicembre 2019.

Domenico Arcudi

domenico.arcudi@superpista.it

Classe 1995, vive a Reggio Calabria, attualmente è specializzando in programmazione e gestione delle politiche sociali. Laureato in scienze sociali, Arcudi gestisce attualmente un "think tank virtuale" denominato "a clockwork bergamot", incentrato su una rivalutazione della Calabria.

Follow: