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Trent’anni di Coupè Hyundai - Superpista
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Trent’anni di Coupè Hyundai

In principio furono gli USA. 

Si, quegli States dove oggi esiste un marchio, o più specificatamente, un “brand” di lusso che nel giro di pochissimi anni ha scalato le classifiche di indagine sulla fiducia dei consumatori, e che ha scalfito mostri sacri come Lexus, Infiniti ed Acura. Marchi che da noi vivacchiano, oppure abdicano (Infiniti), o come nel caso della Acura, mai hanno messo piede nel vecchio continente.

Il marchio in questione è Genesis, brandizzazione di una berlina di lusso prodotta da Hyundai che fin dalla nascita ha trovato grandi consensi negli USA, Cina ed Australia.

Da noi la Genesis è arrivata solo in configurazione coupè a fine anni 2000: pochi esemplari in Italia, bei numeri in Svizzera e Germania, una buona nomea fra gli appassionati, tant’è che ai tempi là si riteneva quasi una “M3 E92 a prezzo di saldo”.

Ma quella Genesis, rappresentava forse una sorta di maturità, un canto del cigno, di un percorso iniziato circa un quarto di secolo prima.

Siamo alla metà degli anni ottanta: Hyundai ha cominciato da poco a farsi spazio nei mercati fuori dalla Corea. Dopo un certo successo in madre patria con la Pony (opera del nostro Giugiaro), Hyundai cerca di espandersi più che altro con berline di categoria medio/alta vendute a prezzo di saldo: la Stellar e la Sonata. Sono auto che sfruttano vecchi accordi con Ford e Mitsubishi, proponendo un collage di componentistica, motori, talvolta anche proposte di stile accantonate da questi.

Ma ad un certo punto la casa coreana ha bisogno di qualcosa di sfizioso, di accattivante, e questo per via di un mercato in continuo crescendo: quello degli studenti americani dei grandi College. 

Dapprima furono gli americani stessi a cimentarsi in questo tipo di auto, data soprattutto la nutrita e costante presenza nei listini delle cosiddette “subcompact”, ovvero delle auto molto riconducibili alle nostre berline medie, come cilindrata e dimensioni. Ulteriore step per guadagnarsi le simpatie dei giovani americani, fu quello di derivarne delle versioni coupe: la Plymouth Duster, il “declassamento” della Dodge Charger…furono tutti dei tentativi, forse un po’ maldestri, di ammiccare questa bella fetta di pubblico.

Ci fu poi la discutibile iniziativa di Malcolm Bricklin di importare la Zastava Yugo: iniziativa di grandissimo successo in fatto di numeri, quanto rivelatasi poi un boomerang per via dei continui problemi di affidabilità, che trasformò la Yugo in una vera e propria macchietta continuamente oggetto di scherno e derisione. 

C’era chiaramente bisogno di qualcosa di più affidabile, ma allo stesso tempo accattivante nelle linee e “affordable” per chiunque.

L’occasione arriva con il lancio della Excel, erede della Pony (tant’è che da noi continuerà a chiamarsi così) nei mercati internazionali.

La Excel è una berlina compatta che comincia ad avvicinarsi a grandi passi ai gusti occidentali (pare addirittura che fu una proposta di stile di Giugiaro per l’Alfa 33), seppure rimanendo piuttosto anonima nelle linee. I motori rimangono sempre i classici paciosi Mitsubishi: poco potenti, ma di proverbiale affidabilità. 

L’idea che ne deriva è tanto semplice, ed è un idea che anche da noi ha avuto tanto seguito a cavallo fra gli anni 60 e 70: quello di derivarne pari pari una carrozzeria coupè.

E qui la mente ci riporta proprio ai tempi della 850 Sport, della 128 SL, delle “fuoriserie” prodotte dai vari Moretti, Fissore, Vignale..

La S-Coupè (dove “S” sta per “sporty”) è proprio questo: un coupè nel vestito, una tranquilla berlina nella ossatura. Ed un motore senza troppe velleità sportive, un Mitsubishi 1.5 le cui configurazioni oscillano in potenze fra gli 80 ed i 90 cavalli.

Il risultato non è certo quello di una grande sportiva, tuttavia la S-coupè è un’auto comunque leggera, divertente, parca nei consumi. E che centra l’obiettivo: fra i giovani americani la Scoupè spopola, fidelizzando (forse) una futura classe dirigente che sarà importante per Hyundai nei decenni avvenire.

Arriviamo agli anni novanta.

In Europa (che nostalgia…) c’è un forte ritorno ai coupè “popolari”.

I primi a far voce grossa furono i tedeschi della Opel, con la Calibra. Futuristica, tecnologica, la Calibra abbandona quel sapore analogico della precedente Manta, ma ne guadagna in fatto di modernità, comfort, oltre ad un’estetica proiettata al decennio in arrivo. 

A seguire furono i giapponesi con una importazione più massiva della Celica (già presente in Giappone da 20 anni, ma mai importata), la Mitsubishi Eclipse, e gli italiani con la Fiat Coupè. 

Sono comunque auto che non disdegnano prestazioni di alto livello (ricordiamo l’accelerazione “ammazza Porsche” della Fiat Coupè, o il formidabile pacchetto motore/assetto della Honda Integra, da riferimento ancora oggi). 

È un fenomeno che ha di conseguenza un fisiologico bisogno di espandersi anche in fasce di prezzo più accessibili: arrivano la Opel Tigra, la Ford Puma, e la (scialba) Toyota Paseo. Tuttavia son dei coupettini piccoli, poco pratici, sostanzialmente soltanto delle utilitarie più care. 

Ed è qui che Hyundai irrompe nella scena europea: arriva la Tiburon.

La Tiburon è una di quelle auto che per circa 2/3 anni fece molto parlar di se. Il pubblico era meno malizioso di oggi: non c’erano i social, i tester erano pochi e solo su riviste specializzate mensili. La Tiburon si presentó con una linea che nel 1996 era decisamente slanciata, accattivante, ammiccante.

La base era quella della Elantra, anche se stavolta le viene comunque riservato un trattamento di pedigree al motore, che guadagna così un deciso incremento di potenza: negli USA ci arriva con un 1.8 d’accesso, forte di 131 cavalli, affiancato da un 2.0 da 142. Da noi invece arriva un “timido” 1.6 da appena 114 cavalli: tuttavia i bassi costi di gestione ne faranno un modello di grande diffusione, scelto da molti giovani, ma anche, e ci viene da dire “naturalmente”, da molti “meno giovani” in preda alla mitica crisi di mezza età!

Se la Scoupè ci ricorda le nostre piccole coupè anni 60, la Tiburon ci pare la figlia diretta di una francese di pochi anni prima: la Renault Fuego.

Un coupè nato per la classe operaia, sportivo nell’abito ma mansueto nei modi di fare. Poco esigente alla voce consumi. 

La Tiburon avrà un restyling nel 2000: un po’ pesante, sgraziato. Un restyling che ammicca molto alle tendenze tuning in diffusione in quel periodo.

Arriva poi una seconda serie che cerca di imitare, nelle fiancate, la mai abbastanza celebrata Ferrari 456. Ma con una classe inferiore anni luce. Unica nota da ricordare: l’arrivo di uno spompatissimo motore 6 cilindri, 2.7 di cilindrata e dalla “funesta” potenza di almeno 167 cavalli.

Ma è forse l’inizio di un cambio di pelle.

La Coupè muore in silenzio a fine anni 2000.

Sarebbe ufficialmente rimpiazzata dalla Veloster, mezzo troppo controverso, coraggioso, di difficile comprensione.

La vera erede, ci sentiamo di dirlo, è quella Genesis coupè che alzó il tiro un po’ su tutto: prestazioni, raffinatezza, e pian piano anche prestigio.

Ma rimane l’amaro in bocca per certi aspetti: erano comunque ancora gli anni dei coupè, di una certa eleganza, quando a far tendenza erano le linee slanciate, filanti.

Li baratterei volentieri con il profilare di crossover che vediamo oggi.

Ma, c’è un “ma”.

Hyundai sta facendo voce grossa nel settore Motorsport. Lo vediamo dalla nutrita presenza nel WRC, nella creazione di una hothatch intelligente e ben fatta come la i30N.

E dopo anni di costante sviluppo ed avvistamenti, ha una sportiva a motore centrale pronta. Anche se…..pare si stia pensando ad una versione stradale prettamente elettrica.

Ovvero, quando nobilitarsi troppo forse fa male…..

Enrico Martinello | Cittadella, 28 dicembre 2019.

Enrico Martinello

enrico.martinello@superpista.it

Cresciuto nella ridente Cittadella, Padovano come le galline, Enrico è un personaggio eclettico e piuttosto vulcanico. Cultore di ferracci sin dalla tenera età, al punto di rifiutare fermamente uno scooter automatico a 14 anni, in favore della Vespa del nonno. Appassionato di Alfa Romeo, ma che disprezza il mondo degli alfisti.

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