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Tra storia e supposizioni: la Rayton Fissore Magnum - Superpista
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Tra storia e supposizioni: la Rayton Fissore Magnum

Vi è mai capitato di cercare il nome di una cosa? O più semplicemente, vi è mai capitato di cercare il titolo di una canzone?

Prima dell’avvento si Spotify si finiva per cercare il titolo di un brano anche per anni.

Ricordo che per circa un paio d’anni della mia adolescenza ho cercato come si chiamasse quella canzone che poi ho scoperto essere “Sultans of swing”, o qualche anno più tardi “Why” di Carly Simon.

Ed è proprio quest’ultimo brano che, forse, può essere una colonna sonora per la storia di quest’auto, così, senza un preciso motivo! Se non quello di far parte dello stesso periodo storico: la trovo adatta!

Era un pomeriggio invernale, ero in età pre adolescenziale, e mi trovavo in un paesello dell’Altopiano di Asiago, quando passó uno strano mezzo.

Era un fuoristrada, anzi no. Sembrava quasi un incrocio fra una multispazio (tipo Mitsubishi Space Wagon), ed un Range Rover.

Ma era molto più particolare: ne riconobbi subito la fanaleria posteriore della Citroen BX. 

Bella non mi sembrava. Non mi piaceva.

Ma queste son cose soggettive.

In ogni caso, avevo già una passione forte dentro, una inesauribile curiosità: fu l’inizio di una ricerca durata mesi, anni.

Mi servì di un vecchio listino Quattroruote del 1991, sulla piccola sezione “fuoristrada”.

Il mio dubbio cadde su due papabili candidate: la Bertone Freeclimber (che poi scoprì essere un rimaneggiamento della Dahiatsu Feroza) ed un’auto dal nome strano, contorto, una certa “Rayton Fissore Magnum”.

Una successiva gita sempre ad Asiago, mi fece, casualmente, rincontrare quel misterioso mezzo. E le scritte adesive sulle partire lateriali levarono ogni dubbio “Rayton Fissore 4X4”.

La trovai nuovamente brutta, sgraziata. Ma incredibilmente esotica.

Aprile 2002, internet entra a casa mia.

Le prime ricerche, con la rete lentissima, svelano i primi dettagli di una storia che con gli anni approfondirò sempre di più.

Fissore è un nome pesante nel campo dei carrozzieri italiani.

Ok, forse non parliamo di un Zagato o di un Touring, ma comunque Bernardo Fissore fu uno dei creatori più attivi di “fuoriserie”, tanto in voga durante la dolcevita: ricordiamo bellissime creazioni su base Lancia, Alfa Romeo, Fiat, OSCA…

È la storia di un piccolo fabbro che nel giro di pochi decenni s’inventa un mestiere, un’arte.

Nei primi anni settanta Bernardo muore, verrà ereditato tutto dalla figlia Fernanda e soprattuto dal genero, Giuliano Malvino.

Giuliano pensa di poter dare una nuova dimensione all’azienda, aggiunge il nome “Rayton”(di cui ignoriamo le ragioni), e intavola importanti collaborazioni. Ricordiamo soprattutto il bellissimo studio di un’Alfa Romeo 75 wagon, molto ben riuscito.

Ma nei primi anni ottanta, nei tavoli della Fissore, arriva un progetto di un certo Tom Tjarda, americano emigrato a Torino per studi, già padre di Fiat 124 spider, De Tomaso Pantera, e con in canna la Lancia Thema…

Tjarda ha in mano questo strano veicolo, rifiutato da Fiat: è un fuoristrada, di lusso. In quel periodo il concetto di suv era ancora lontano da divenire: da poco dal Regno Unito di importava la Range Rover, mentre rimaneva un miraggio l’esistenza della Jeep Wagoneer, forse il primo suv moderno della storia.

Ci piace immaginare che questo “oggetto misterioso” sia nato come provocazione durante la genesi della Thema. Una variazione sul…tema, che Tjarda ha voluto fare durante gli studi della Lancia Thema.

In in un intervista uscirà anni fa su Automobilismo d’epoca, Tjarda fa trapelare circostanze piuttosto vaghe sulla nascita della Magnum, si sofferma più che altro sulla soluzione tecnica adottata per l’auto telaio.

È una struttura strettamente derivata da quella dell’OM Grinta, allora unico veicolo commerciale offerto con trazione 4×4: son sostanzialmente dei profilati disposti a “quadrati” che ne formano una piattaforma abbastanza duttile denominata “univis”.

Quanto ai motori, la scelta non può che cadere per i Sofim, per quanto riguarda i diesel (gli stessi che appunto equipaggiano la gamma Daily/Grinta), oltre che ad alcuni pezzi pregiati del gruppo Fiat, fra cui il 2.0 volumex, ed un raro (ed oggi ricercatissimo) V6 Alfa Romeo “Busso”.

La Magum avrà attorno a se un effimero alone di curiosità, che si concretizza in un modesto volume di vendite nei primi anni, e la successiva assegnazione di un appalto per la fornitura di queste Magnum alle forze dell’ordine.

Ma, purtroppo, come spesso accadeva in queste realtà, cominciano presto a girare ombre di denaro sporco: la Rayton Fissore sarà oggetto di riciclaggio di denaro (comparirà anche nella vicenda del crack Parmalat) e favori di clientelismo che verranno alla luce grazie allo scoppio di Tangentopoli.

La Magum compare nei listini nel 1984, per poi sparire, silenziosamente, circa un decennio dopo.

Cos’era la Magnum? Come andava la Magum?

La Magnum è stata forse il primo suv di lusso italiano: materiali di pregio negli interni, motori di alta gamma.

Tuttavia pagava un assemblaggio approssimativo, tipico di una realtà artigianale che si trova a gestire un prodotto di larga scala.

Molti l’hanno paragonata ad una “Uno gigante”, credo sia una visione abbastanza grossolana: può essere simile per forma del corpo vettura e fanaleria, ma giocano su proporzioni ben diverse. È come dire che la Thema fosse una Duna gigante: veritiero per certi punti di vista, ma sono le proporzioni fra i vari volumi a cambiare radicalmente il risultato finale.

Immaginiamocela piuttosto con la calandra e gli stilemi della Thema: avrebbe anticipato di dieci anni buoni la Mercedes ML. 

La Rayton Fissore nasce a Cherasco, dopodiché la sua storia finirà anche in mano ad investitori statunitensi, rinominata come “Laforza” e fornita di motori V8 Ford.

Il marchio comunque viene passato continuamente di mano, ultime notizie (datate metà anni 2000), lo vorrebbero in mano ad un produttore di vetri blindati da Padova.

“Piena di rogne, ma a suo tempo bellissima”, questa la sentenza di un responsabile di autorimessa della Polizia, che mi informó che sono ancora presenti un paio di esemplari, fra cui uno utilizzato ancora in occasione di cortei e manifestazioni istituzionali.

Ma in questa fine di dicembre, dove si “celebra” l’ennesimo anniversario di uno Schumacher che non da più notizie, ho un ricordo tutto personale sulla Magum, e su Schumacher.

Lavoravo in una concessionaria, e ci rivolgevamo ad una carrozzeria esterna per le trasformazioni in autocarro.

Una mattina entro nell’ufficio di uno dei due soci: c’è la foto di una Magnum, rossa, e di un cappellino Dekra che s’intravvede nel finestrino.

Chiedo.

“Era nostra! Aveva il motore Alfa Romeo: con un litro non faceva due chilometri!

Fatto sta che all’epoca facevo anche qualche veicolo CEA per l’assistenza ai circuiti, e mi capitó qui un addetto alla vigilanza di Fiorano.

Vide quello ‘strafanto’, se ne innamoró, e come tornó a Maranello, insistette che glielo prendessero. Chiesi una cifra, me la darono. 

Oltretutto perché inizialmente volevano prendere un Lancia K e verniciarlo di rosso: per quanto spropositata la mia cifra, risparmiarono un bel po. Ed andai a portarglielo io: fatalità era giorno di test privati (allora si facevano), e Schumacher finì dritto nella sabbia. In sostanza l’ultima immagine che ho della mia Magnum, è con dentro Schumy che veniva riportato ai box”

Come doveva Andy Warrol: ognuno avrà il suo quarto d’ora di celebrità!

Enrico Martinello | Cittadella, 31 dicembre 2019.

Enrico Martinello

enrico.martinello@superpista.it

Cresciuto nella ridente Cittadella, Padovano come le galline, Enrico è un personaggio eclettico e piuttosto vulcanico. Cultore di ferracci sin dalla tenera età, al punto di rifiutare fermamente uno scooter automatico a 14 anni, in favore della Vespa del nonno. Appassionato di Alfa Romeo, ma che disprezza il mondo degli alfisti.

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