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Naming automobilistico: errori ed orrori. - Superpista
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Naming automobilistico: errori ed orrori.

Povera Dedra. Una buona e onesta auto da famiglia dalla linea classica e dalle finiture piacevoli, e che fu ben apprezzata dalla clientela (almeno in Italia), di certo uno di quei casi, nel tempo sempre più rari, in cui si impegnarono per offrire un prodotto competitivo.

Un modello sì dignotoso non meritava certo di essere schernito e spernacchiato per quello che potremo definire come un errore di distrazione, e niente di più.

Sì, perché non saprei come altro classificare lo svarione dell’ufficio marketing di FiatLancia (che probabilmente ha sede a Springfield, se non a Paperopoli). Quel nome, “Dedra”, dal forte richiamo ellenico, nella pronuncia inglese suonava praticamente identico a “dead rat”, ovvero “topo morto”.

E per quanto la Dedra avesse le sue qualità, immaginiamoci il classico Mister Thompson, compassato cinquantenne dell’Oxfordshire, inorridire al sol pensiero di andare in giro per la classica campagna inglese con una elegante berlina italiana il cui nome richiama la poco invogliante figura retorica della pantegana spiaccicata sul pavimento. Fu un disastro di immagine definitivo, in seguito al quale la Fiat decise di ritirare del tutto il marchio Lancia dagli UK, dopo anni di galleggiare a malapena in seguito al celeberrimo “scandalo Beta”, di fatto vergognosamente pompato dalla stampa locale diversi anni dopo il verificarsi dei casi incriminati, nel frattempo abbondantemente risolti.

Quello della Dedra fu un caso limite. In verità, le Case mettono un’attenzione spasmodica in quell’atto noto come “naming”, ovvero la scelta del nome di un’autovettura appena nata, e non certo  perché la vettura in questione possa rischiare casi di bullismo scolastico. Innanzitutto, sussistono questioni di copyright: sempre la Lancia dovette cambiare il nome della sportiva Beta Montecarlo negli Stati Uniti perchè il nome “Montecarlo” identificava già un modello Chevrolet, o ancora la Renault dovette rinunciare al marchio Alpine sulle versioni sportive della “R5” in quanto già proprietà del gruppo Roots – Chrysler.

Beghe legali a parte, a volte sono semplici questioni di opportunità a suggerire il cambio di nome per una vettura. Diciamoci la verità, prima dello scandalo dei Bunga Bunga (ops, “cene eleganti”), nessuno trovava da ridire sulle Ford Escort, peraltro non più in produzione. Nell’ultimo decennio, invece, “escort” è diventato praticamente sinonimo di prostituta/o a pagamento, ma di questo la povera Ford non può averne colpa, avendo utilizzato quel nome per la sua “media” fin dal 1968. Chi non è avvezzo ai cambiamenti della società, che coinvolgono non di rado anche il linguaggio, si stupirà della Ford Escort, almeno quanto di quel “GAY” scritto a lettere cubitali nei primi depliant della Mini Morris, quando quel termine era mero sinonimo di felicità e di spensieratezza, e di null’altro (d’altronde, in quegli anni, negli UK gli omosessuali finivano ancora in carcere: altro che gioia e letizia….)

Ci son state volte in cui i costruttori hanno dimostrato fin troppo zelo: è questo il caso, ad esempio, della Austin “Allegro”, controversa media Leyland degli anni ’70, che fabricata su licenza dalla nostra Innocenti fu ribattezzata “Regent”.

Ricapitoliamo: una macchina inglese dal nome italianissimo, che una volta fabbricata in Italia riceveva però un nome inglesissimo. Un capolavoro di nonsense tutto inglese, dovuto al fatto che qualcuno informò i capoccia della Leyland sul fatto che il termine “allegro” nel belpaese identificava non solo la gente felice, ma anche quella che aveva esagerato col vino.

E, visto il design piuttosto… estroso della Allegro, non era il caso di rischiare (anche se, va detto, la macchina fu un fiasco totale in ogni caso).

Indubbiamente bene fece invece la Renault a ritoccare la coupè “17” che sul mercato italiano divenne “177”: la derisione va bene, ma portar sfiga proprio no!

E, in ogni caso, nemmeno la “177” fu un successo da noi, sarà per la crisi energetica, sarà che con gli stessi soldi ci compravi un GT Junior.

Stesse ragioni scaramantiche indussero l’Alfa a cambiare la “164” in “168” nei paesi asiatici, dove il numero “4” pare sia sinonimo di “morte”. E se vi state divertendo ad immaginare scene paradossali in Cina, della serie “quanti anni hai, bel bambino?” “Cinque meno uno!”, ebbene, non siete i soli.

E se la Mitsubishi “Pajero” venne ribatezzata “Montero” sul mercato spagnolo perché praticamente sinonimo di “maniaco della masturbazione”, pare che la leggenda metropolitana diffusissima negli ultimi anni sul fatto che la Fiat “Ritmo” divenne “Strada” sui mercati anglosassoni per evitare richiami al “ciclo” femminile non sia corrispondente al vero, e che il nome fu cambiato per evitare semplici e banalissimi problemi di pronuncia. Ad ogni modo, la cosa è tanto divertente che merita di essere citata.

Pare risponda al vero, al contrario, la voce secondo cui la Fiat 126 Personal in Inghilterra sia stata chiamata “De Ville” per evitare omonimie con la nota marca di profilattici. E dire che la piccola Fiat non era certo la vettura ideale ove consumare amplessi in tutta comodità….

Altri esempi curiosi sono costituiti dalla Matra “Rancho”, altrimenti nota come “la Range Rover dei poveri”, che in Italia perse la “O” divenendo “Ranch” per evitare omonimie col pasto da caserma, o dalle Citroen in versione “Pallas” che in Spagna persero una “L” diventando “Palas” per evitare agghaccianti richiami ai genitali maschili. E, sempre in tema Citroen, immaginate l’ufficio marketing quando si accorse che le versioni diesel “TRD” avevano, negli UK, una inquietante assonanza con la parola “TURD”, indicante un simpatico e odoroso cilindro di materia fecale.

E fu così che le TRD, in Inghilterra, divennero DTR.

Nel belpaese, nel frattempo, i geni della Kia ci propinarono prima la “Sorento” (scritto proprio così, con una ERE sola!) e poi la “Venga” (!!!) su cui tralascio ogni considerazione per non scadere nel triviale. Ma se i coreani possono definirsi “giovani” nel settore, anche gli espertissimi tedeschi ebbero l’occasione di prendersi la loro dose di pernacchie, specie all’interno del raccordo anulare di Roma, quando lanciò sul mercato la “Bora” (se non avete idea cosa identifichi, cercatevi un amico romano che ve lo spieghi come solo lui sa fare).

Quello stesso amico romano, che per fortuna io ho, avrà sicuramente modo di citarmi anche la Hyundai “Sonata”, altro modello suscettibile di risate e sberleffi prima che la Casa decidesse di desistere ribatezzandola “Sonica”.

E, se la Mazda si coprì di ridicolo con la sua miyazakiana “Laputa”, che in Spagna indica il mestiere più antico del mondo senza nemmeno le esimenti di incolpevolezza che la Ford poteva addurre per la Escort, e la Vauxhall-Opel “Nova” sempre in Spagna faceva pensare ad una macchina permanentemente in panne (“no va” = non cammina!), ancora ignoro la ragione per cui la Citroen “Saxo” in Giappone divenne “Chanson”.

Motivi di fonetica? Problemi di confusione con una parte anatomica particolarmente scabrosa?

Chi ne sa qualcosa, mi scriva in privato.

Antonio Cabras | Milano, 13 gennaio 2020.


Antonio Cabras

antonio.cabras@superpista.it

Nasce a Sassari nel 1980 e subito dopo gli viene diagnosticato l’autismo. Ma fraintende, e così comincia a disegnare automobili a tutto spiano dimenticandosi di imparare a parlare. Laureatosi per sbaglio in giurisprudenza, capisce appena in tempo che è meglio essere ricordati per una vignetta sulla Fiat Duna che non per una causa rovinosamente persa.

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