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BRUTTA, SPORCA E GREZZA: LA LOTUS SUNBEAM. - Superpista
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BRUTTA, SPORCA E GREZZA: LA LOTUS SUNBEAM.

Si fa preso a dire “bara” al giorno d’oggi.

Si fa presto ad etichettare come tale ogni vettura del passato piuttosto piccola, potente e spavalda. Si fa ancor piu’ presto ad appiccicargli sopra etichette da belva indomabile, assassina, pericolosa.

E’ una accezione che io non sopporto: sarò sempre dalla parte dell’auto. Sarò sempre dell’idea che nel 100% dei casi sia l’uomo ad essere il responsabile di un incidente. E in quei casi nei quali si potrebbe additare la colpa all’auto (chessò, una rottura), penso che comunque la responsabilità sia sempre del conducente, che non si è curato abbastanza della manutenzione.

Non esiste auto pericolosa, tutte lo sono. Come pure una moto “sicura” non esiste a priori.

Le bare, dicevamo. Per l’appassionato nazional popolare, la “hall of fame delle bare” è perlopiu’ popolata da utilitarie vitaminizzate degli anni ottanta. E’ nell’immaginario collettivo la Fiat Uno Turbo i.e., la Renault 5 GT Turbo, la Innocenti Mini De Tomaso. Auto forse sottodimensionate in alcune cose (freni, rigidità), ma tutto sommato semplici, dallo schema tutto avanti, intuitive, alcune addirittura che strizzavano l’occhio alle Granturismo per dotazioni e rifiniture (è il caso della Peugeot 205 GTI). Magari non delle 5 stelle EuroNcap, ma neppure delle belve indomite.

In mezzo ci fu la Renualt 5 Maxi turbo: un oggetto comunque strano, esclusivo, costoso. Una nicchia che nacque ad uso e consumo di Renault. Pochi invece si ricordano di cosa furono gli anni settanta, cosa partorì la mente malata di alcuni dirigenti scozzesi….

Era la metà degli anni settanta, a Linwood (Scozia) il decennio precedente era arrivata la grande industria automobilistica. In principio fu la oriunda Illman ed il gruppo Rootes, desiderosi di creare una concorrente della Mini di Issigonis. Nacque così la Imp, auto abbastanza derisa nel Regno Unito, un veicolo piuttosto imbarazzante, noto piu’ per le feroci battaglie sindacali che per meriti commerciali.

A fine anni settanta arrivano gli americani: vogliono rispondere alle divisioni europee di Ford e General Motors, acquistando il gruppo Rootes prima, ed in seguito la francese Simca. I primi frutti della Chrysler “europea” sono la Avenger, tradizionalissima berlina europea, un’auto che da noi arriverà con marchio Simca, mentre nel Regno Unito, si decide di commercializzarla con piu’ marchi, in modo da creare piu’ competizioni fra le reti vendita (politica tipicamente inglese di quei anni).

Ed è proprio dalla “insipida” Avenger che nasce una utilitaria dalle dimensioni generose, piuttosto “zoppa” nelle prestazioni, e che sostituirà la controversa Imp nelle linee di Linwood: arriva così la Sunbeam, anno 1977 il marchio? Chrysler.

La Sunbeam è un misto fra novità e tradizione: da un lato segue la nascente tendenza delle berline a due volumi arrivata ad inizio decennio (Fiat 127 prima, Volkswagen Golf poi…anche se tutto comincio’ proprio in Simca, con la 1100), da un lato ripropone la trazione posteriore. E’ chiaramente una trazione posteriore piuttosto “grezza”, non certo pensata per l’uso sportivo: indubbiamente molto robusta, ma senza particolari affinamenti nel reparto sospensioni o altro. Le potenze sono modeste, attorno ai 50 cavalli, motori sotto il litro, peso di poco superiore ai nove quitali.

Una carriera tutto sommato noisa, vista da qui. Il fatto è che nel 1978 Chrysler Europe viene rilevata da Peugeot, e con essa si cerca di dar vita ad un ambizioso (quanto mal organizzato) processo di “gentrificazione” dei prodotti. Prima cosa: verrà tutto inglobato in un unico marchio, Talbot, che per i cultori piu’ attenti rimanda al ricordo della favolosa Talbot Lago, alle partecipazioni ai primi campionati mondiali di Formula 1.

Dapprima lancia la Ti, dotata di un 1.6 alimentata da carburatori a doppio corpo Weber, capace di 100 cavalli. Ma la vera follia accadde poco dopo, nel 1980.

Per la “piccola bomba” di casa Talbot, non si bada a mezze misure.

La Talbot Sunbeam si fregia del “secondo cognome” Lotus. Viene venduta esclusivamente di colore nero, con una fascia tendente al dorato. E’ un fregio che rimanda alla Formula 1, alle Lotus con colorazione John Player special. Un simbolo degli anni settanta che odorano di benzina. Una delle colorazioni piu’ eleganti che abbia mai avuto un’auto da gran premio. E che conferisce eleganza anche a questa Sunbeam, che di elegante ha poco, o nulla. Sembra un hooligan del Millwall che è stato costretto ad indossare uno smoking per andare a Buckingham Palace. Ma ciò che da un senso (se mai ci fosse) a tutto l’insieme, è il motore: un 2.2 forte di ben 170 cavalli. Ne avete già sentito parlare? Ebbene si: è la versione aspirata della Lotus Esprit Turbo!

Ciò che ne esce è qualcosa di veramente impegnativo, difficile da governare, incredibilmente maleducato. Gli interni alludono ad una finta nobiltà anglosassone, come un pianoforte dal legno pieno di strisci, dentro un pub di un paesino sperduto della scozia, dove tutto il resto puzza da fumo e alcol.

C’è un accenno di cromature all’interno, di particolari satinati. La strumentazione fornita da Smiths le da un tocco di spirito british di quello dei gentleman driver. O dei Jim Clark, se preferite. Una volta aperto il cofano, la testata porta, in caratteri cubitali, il fregio nobiliare, in tutta la sua arroganza: Lotus.

Durerà tre anni scarsi la vita della Lotus Sunbeam, prima di finire praticamente nel dimenticatoio: in mezzo un mondiale Rally con una delle meteore piu’ talentuosi della storia dei rally (e dei traversi), ovvero Henri Toivonen. Praticamente impossibile trovare un video su internet, nei quali in funambolo finlandese non la tenesse DRITTA in asse.

“Ai tempi avevo una Golf GTI, una volta mi trovai negli specchietti una di queste. So solo che da allora, ogni volta che ne incontravo una, trovavo una scusa per cambiare strada”. Questa la testimonianza del padre di un amico, e ci crediamo.

Oggi la Sunbeam Lotus ha quotazioni in costante ascesa. Il pubblico dell’(alto) collezionismo se n’è accorto. Un modello perfettamente integro, perfettamente sano, è un qualcosa di raro, di fascinoso. Non possiamo certo definirla un capolavoro del design. Ma del resto, si può definire lo stesso “di culto”, anche se non ci si è giocati la bellezza come dote principale.

Del resto, anche un film come “L’esorcista” lo è diventato….. 

Enrico Martinello | Cittadella, 4 febbraio 2020.

Enrico Martinello

enrico.martinello@superpista.it

Cresciuto nella ridente Cittadella, Padovano come le galline, Enrico è un personaggio eclettico e piuttosto vulcanico. Cultore di ferracci sin dalla tenera età, al punto di rifiutare fermamente uno scooter automatico a 14 anni, in favore della Vespa del nonno. Appassionato di Alfa Romeo, ma che disprezza il mondo degli alfisti.

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