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Il modellismo alla tedesca: le miniature Schabak - Superpista
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Il modellismo alla tedesca: le miniature Schabak

Ricordo ancora una delle massime ascoltate quando ero piccolo. Era un sabato pomeriggio di inizio giugno e mi trovavo al bar con mio padre, perché il caffè della moca è buono ma quello del bar è un’altra cosa (almeno così diceva lui, per me era indifferente visto che il mio obiettivo erano le Goleador affianco alla cassa). Dal tavolino dei pensionati si alzava un acceso dibattito sui mondiali appena cominciati in Corea, quando d’un tratto qualcuno si alzò dicendo “i tedeschi sono buoni per tre cose: il calcio, le macchine e le guerre”. Sulle prime due ero d’accordo – era il 2002 e la squadra di Kahn e Klose stava recuperando forte dopo le difficoltà iniziali nel torneo – mentre per quel che riguardava le macchine, c’era poco da dire: amavo l’Audi 80 di papà e ancora di più la Polo GT prima serie di mio nonno (la risposta è sì: è esistita veramente). Nella mia innocente ingenuità di bambino non ero riuscito ad afferrare la terza similitudine, ma poco importava, d’altronde chi ha bisogno di guerre quando ci sono il calcio e le macchine?

Ripensando a quel giorno, mi sento di aggiungere un quarto elemento per rendere completo quel detto colmo di luoghi comuni tanto banali, quanto terribilmente veri. Se state pensando alla birra, avete sbagliato perché se c’è qualcosa veramente in grado di rendere speciale la Germania, quel qualcosa sono i modellini.

Aziende quali Gama, Schuco e Gescha hanno segnato la storia dei giocattoli, prima di quella degli automodelli. Hanno cominciato a produrre miniature quando le vetture erano ancora il sogno di milioni di adulti, oltre che di bambini. Un’età in cui la Seconda Guerra Mondiale era ancora lontana, così come lontano era l’incubo nazista. Negli anni l’industria dei giocattoli tedesca si è moltiplicata, trovando nel periodo post-bellico il momento di massima fioritura. Con un’economia in ginocchio e le città bombardate, anche i modellini hanno contribuito alla ricostruzione della Germania.

Ma fra tutte le marche che popolavano il multiforme universo modellistico tedesco, voglio ricordarne una in particolare: la Schabak. La storia dell’azienda ha inizio a Norimberga nel 1966, quando un gruppo di imprenditori, intuendo le possibilità che si celavano dietro al mondo dei giocattoli, decise di fondare una società per la distribuzione dei modelli Schuco. Quando alla fine degli anni settanta il colosso tedesco chiuse i battenti, alla Schabak si prospettò l’occasione per compiere il grande balzo in avanti. La fabbrica si aggiudicò tutti i macchinari e gli stampi che era possibile acquistare dalla Schuco e cominciò a lavorare sulla propria linea di miniature. In principio furono gli aeroplani, a cui presto si sarebbero aggiunte le automobili.

Sebbene la produzione si concentrasse esclusivamente sui modelli tedeschi, la prima realizzazione del marchio non fu una Mercedes, ne tantomeno una BMW, ma una Jetta. L’onestissima berlina Volkswagen non era l’alternativa più appetibile e di certo non sarebbe rimasta nella storia come la 300 SL Gullwing o più semplicemente la Golf. Eppure la riproduzione in scala 1/43 era pregevole – ottime proporzioni, borchie specifiche e l’elemento che sarebbe diventato una costante fissa della casa di Norimberga: le quattro aperture. La bontà di queste caratteristiche, unitamente ad altre finezze, come i fari riportati in plastica, collocavano le Schabak ad un livello superiore rispetto alle principali concorrenti dell’epoca, e le avvicinavano maggiormente agli standard dei modellini da collezione, piuttosto che a quelli dei semplici giocattoli. Ben presto gli appassionati del settore trovarono nelle Schabak una valida alternativa alle numerose Gama, Conrad e NZG, che allora spopolavano in Germania.

Negli anni successivi il catalogo dell’azienda si popolò di tutte le maggiori novità del panorama automobilistico di casa, con una sola eccezione: le Opel, che per qualche misterioso motivo non vennero mai riprodotte dalla fabbrica di Norimberga. Il successo della Schabak era da ricercare anche nella lungimiranza dei propri dirigenti, che seppero intavolare accordi con la maggior parte delle case automobilistiche tedesche per la realizzazione di modellini promozionali, in concomitanza con il lancio della vettura reale. Le suddette riproduzioni, erano facilmente riconoscibili per via delle scatole ricche di illustrazioni e slogan pubblicitari, secondo lo stile delle brochure dell’epoca. Ovviamente, una volta passata la novità, i modellini continuavano a rimanere in listino, venduti all’interno di un box prima verde e poi nero, munito di teca trasparente.

Intorno alla metà degli anni ottanta, fecero la loro comparsa in catalogo degli inediti modellini in scala 1/24, anch’essi molto rifiniti (notevoli le maniglie riportate in plastica separatamente rispetto allo sportello). Di nuovo, furono presentate diverse varianti promozionali, che incrementarono ancor di più la popolarità del marchio. Uno dei punti di forza della Schabak fu quello di offrire le proprie riproduzioni in più versioni. Bastava modificare lievemente lo stampo dell’Audi 80 per farne una 90, oppure cambiare i cerchi e il cofano della Sierra per avere la versione Cosworth.

Parecchi modelli, come la BMW 535i o la Volkswagen Golf furono proposti in differenti varianti, come quella taxi, quella delle poste svizzere, oltre alle più svariate livree della polizia. Di alcuni modelli, come la Escort o la Golf, venne riprodotta l’intera gamma, dalla berlina alla cabrio. Ma la vera novità era quella di adattare i modellini al mercato di riferimento. Così facendo i collezionisti e i bambini britannici non si sarebbero chiesti per quale ragione il volante delle loro macchinine si trovasse dal lato opposto, o perché la loro Granada riportasse sul baule la scritta Scorpio.

Nel corso del decennio successivo, ci fu un sostanziale restyling delle teche, che assunsero un’elegante e caratteristica forma a cupola, in luogo dei tradizionali box rettangolari. Alcune avevano addirittura una spilla allegata nella confezione. Le scatole cambiarono colore in favore del bianco. Anche i modellini non furono da meno: gli Schabak degli anni novanta erano più curati dei loro predecessori, soprattutto nella verniciatura e negli interni, oltre che nella riproduzione dei motori.

In mezzo alle tante varianti, le più originali sono probabilmente le Golf III riprodotte negli allestimenti speciali Pink Floyd e Rolling Stones. Fra le miniature più riuscite, bisogna invece citare la BMW 850i con tanto di fari a scomparsa funzionanti, la Polo terza serie (tra l’altro proposta pure nella bizzarra versione Harlekin) dotata di frecce laterali in plastica trasparente, o la BMW M5 E39, vero e proprio canto del cigno del marchio.

Ma la storia è ciclica e il karma delle volte ti frega veramente: nel 2005 la Schabak venne acquistata, ironia della sorte, dalla stessa Schuco che più di vent’anni prima, le aveva fornito le basi per avviare la produzione. Entrambi i marchi sono ora parte del gruppo Simba Dickie, che ha diviso le due principali linee di produzione, affidando alla Schuco quella degli automodelli e alla Schabak quella degli aerei.

Non disperate però, se siete alla ricerca di qualche Schabak, su Ebay e alle mostre ne girano ancora parecchi, e i prezzi sono perlopiù abbordabili. Buona caccia!

Si ringrazia Fabrizio Bonis per le foto.

Alessandro Giurelli | Roma, 25 febbraio 2020.

Alessandro Giurelli

alessandro.giurelli@superpista.it

Nasce a Frascati nel 1993, l’anno in cui Larini e la sua 155 TI stracciavano l’invincibile armata Mercedes a casa propria, nel campionato DTM. Lancista convinto, non ha vissuto l’epopea rallystica della Delta Integrale, ammalandosi di nostalgia precoce già nei primi anni di vita. Appassionato di automobili, colma le lacune del suo garage riempiendo di macchinine le vetrine di casa. Ha una laurea in economia ma non sa dove metterla perché ha finito lo spazio sulle mensole.

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