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L'auto della settimana - Lancia Beta Montecarlo - Superpista
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L’auto della settimana – Lancia Beta Montecarlo

Difficile trovare un’auto che rappresenti l’essenza dell’essere italiani meglio di quanto non faccia la Lancia Beta Montecarlo. Gratificata da una linea meravigliosa, da una progettazione ineccepibile e da un nome che da solo bastava a comunicare gloria sportiva (e pensare che doveva portare il marchio Fiat…), di fatto fu concepita come una vettura laboratorio, che sarebbe dovuta servire come base per lo sviluppo di auto da corsa vincenti. Nonostante un inizio sotto i cattivi auspici (la crisi economica, la Fiat che rivede il programma agonistico sostituendo la Lancia Stratos con la 131 Abarth, con conseguente cancellazione del programma di sviluppo inizialmente previsto per la Beta), in sostanza andò proprio così: la Beta Montecarlo Turbo fu vincente nel Campionato Marche, mentre la Rally 037 fu addirittura capace di soffiare un mondiale rally alla rivoluzionaria Audi Quattro nonostante le due sole ruote motrici. La versione di serie, di fatto, non era un’auto da corsa, nonostante un telaio superlativo e un bilanciamento dei pesi perfetto. Il motore bialbero da due litri era sostanzialmente quello delle Fiat 131 – 132 con poche modifiche, ottimo motore ma tutt’altro che spinto. 
La Beta Montecarlo, nonostante la disposizione meccanica da supercar, era concepita come sportiva per tutti i giorni, infatti aveva un bagagliaio più che decente, due posti comodi ed una struttura anteriore progettata in modo da superare i più severi test USA in materia di crash. Purtroppo proprio negli USA, dove era stata ribattezzata Scorpion per problemi di copyright e mortificata da un propulsore 1.8 avaro di cavalli per ottemperare alle nuove norme anti inquinamento, la vettura fu un imprevisto fiasco. Non servì la memorabile comparsata in un episodio della fortunata serie Herbie della Disney per fare apprezzare la Beta – Scorpion in Nord America, così la Lancia sospese la produzione in attesa di capire cosa fare di un’auto eccezionale ma che di fatto non vendeva. 
Sulla spinta delle vittorie e di un ritorno di fiamma per le coupè, la produzione riprese nel 1980 con pochi aggiornamenti: mascherina e cerchi ridisegnati, montanti posteriori trasparenti per favorire le manovre, migliori finiture e freni più potenti. La produzione terminò un paio d’anni più tardi, ma gli esemplari da smaltire ne premisero la permanenza nei listini fino al 1985 inoltrato. 
Perché la Montecarlo è il paradigma dell’Italia? Perché era una vettura geniale, bellissima, e gestita malissimo. Un esempio di come non crediamo nelle nostre enormi potenzialità.
P.S: a dimostrazione della scarsa elasticità mentale di molti appassionati, la Beta Montecarlo si trova ancora a quotazioni incredibilmente accessibili. Avesse avuto il marchio Alfa, oggi chiederebbero il triplo. 

Antonio Cabras | Milano, 6 marzo 2020.

Antonio Cabras

antonio.cabras@superpista.it

Nasce a Sassari nel 1980 e subito dopo gli viene diagnosticato l’autismo. Ma fraintende, e così comincia a disegnare automobili a tutto spiano dimenticandosi di imparare a parlare. Laureatosi per sbaglio in giurisprudenza, capisce appena in tempo che è meglio essere ricordati per una vignetta sulla Fiat Duna che non per una causa rovinosamente persa.

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