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DUE PAROLE SU CARLO TALAMO - Superpista
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DUE PAROLE SU CARLO TALAMO

Era da tempo che volevo scrivere qualcosa su Carlo Talamo, ma alla fine cozzavo contro il fatto che è praticamente impossibile sintetizzare la breve (ma intensissima) avventura di Carlo Talamo. Che inevitabilmente incrocia le strade di Harley Davidson, di Triumph, ma anche di Bentley e Rolls Royce.

Febbraio 2020: una psicosi globale ferma il mondo, il CoVid19, l’economia va in apnea, impazzano i complessi della gente, le smanie. Cosa ci ha reso così deboli? Dov’è finita quella sana “rabbia competitiva” degli anni ottanta?

Penso a questi giorni e penso alla storica nevicata del 1985, ed è qui che comincia una storia motivante, piena di spunti, di genialità, di intuizioni. Il nostro sistema economico ci potrebbe ancora permettere situazioni climatiche del genere? Si blocca tutto per un’infulenza…

Chi mai avrebbe pensato di mettersi a vendere moto in quei giorni? Chi era quel pazzo demente che in quei giorni poteva immaginare di alzare le serrande ad una rivendita di moto vetuste, costose…per giunta moto: il mezzo delle scampagnate estive per eccellenza.

E’ in quei giorni di traffico paralizzato, di località isolate, di freddo siderale, che Carlo Talamo parte con la sua avventura, una delle tante, ma senza dubbio la piu’ importante: la concessionaria “Numero Uno”, Via Nicolini, Milano.

La Milano del 1985 è quella della storica pubblicità dell’Amaro Ramazzotti, che conia “la Milano da bere”, è quella dei paninari, dei giubbotti sgargianti, del Burghy. E’ quella dove il pilastro cardine è la competitività, la corsa ai numeri. E naturalmente anche il mondo dei motori non poteva esimersi da tutto ciò: non è bello ciò che è bello, è bello ciò che è piu’ potente, piu’ tecnologico, tutto “piu”. La grande chimera sono i primi cruscotti digitali, con numeri al pixel e grafici improbabili al posto dei contagiri. Sono gli anni dei primi cruscotti “parlanti”. Chi mai avrebbe comperato una moto lenta, assetata, concettualmente vecchia e per giunta costosa?

Carlo Talamo è arrivato a Milano nei primi anni ottanta, nativo di Roma, Carlo ha alle spalle una brillante carriera amatoriale nella Motocross dei primi settanta, è un estroso, uno stravagante. Ha viaggiato, ha girato il mondo, sceglie Milano come sua “casa italiana”: già allora (come oggi del resto) trova che sia l’unica città italiana in grado di tenere il passo alle varie correnti internazionali, proiettata al futuro. A Milano ci arriva in sella ad una vecchia Triumph, e la licenza media. Troverà impiego in una agenzia pubblicitaria, dove impara meccanismi, strategie, e naturalmente a tutto ciò combina il proprio estro. E, fra le altre cose, presterà la sua vecchia Triumph per una pubblicità di collant.

Ma a Carlo, delle calze, dell’agenzia, e di tutto il resto, frega gran poco. 

Carlo Talamo è uno che utilizza il proprio box auto per modificare la propria moto prima, e poi quella degli amici. Naturalmente è un donnaiolo, salta da una relazione all’altra e si costruisce un nutrito gruppo di conoscenze.

Ma siccome la fortuna aiuta gli audaci, destino vuole che il suo titolare abbia una Ferrari Daytona, e gliela affidi per portarla alla mitica “Rossocorsa” di Crepaldi, leggendaria officina Ferrari. Qui fra una chiacchera e l’altra conosce Castiglioni, proprietario della Cagiva ed importatore Harley Davidson.

Castiglioni è esausto della situazione con la casa di Milwaukee: vendite scarse, un magazzino ricambi con giacenze di cui non riesce a disfarsi. Un marchio che allora, in Europa viveva piu’ che altro nei musei e nei garage di qualche dandy.

Da qui la trovata: Carlo Talamo intavola una trattativa per essere lui l’importatore ufficiale.

Lui, che è senza un soldo bucato. Ottiene un aiuto dalla famiglia di Crepaldi che s’inserisce nell’operazione.

Fino a che siamo alla nevicata del 1985: è qui che aprono le serrande della Numero Uno.

Una via secondaria di Milano, puzzolente di fogne e scarichi dei pullman, una concessionaria che sconvolge l’aspetto di una concessionaria di quegli anni. Un salotto, una esposizione di idee, stravaganze, molto egocentrismo. La Numero Uno nei primi mesi è una “bottega” dove tanti entrano a bere qualcosa, curiosano, ma le vendite sono praticamente inesistenti.

Ma qui partono i primi guizzi, le prime genialità: Talamo acquista degli spazi pubblicitari su riviste extra settore, riviste di moda, riviste patinate. Si limita a mettere una foto ben dettagliata del punto di contatto fra la sella ed il serbatoio. Nessuna parola, nessuna descrizione. Semplicemente il logo della Numero Uno.  

Clienti ancora pochi, pochissimi, ma poco importa: son quelli GIUSTI. Infatti la primissima clientela di Talamo sarà formata di vip, di cantanti, di sportivi, di personaggi “di grido”, che si fanno beccare sulle stravaganti bicilindriche a stelle e strisce.

Come un regalo dalla sorte, poi, in quegli anni Harley Davidson compie un salto epocale: arriva la nuova famiglia di motori “Evolution”, l’ingresso della tradizione Harley Davidson nell’era contemporanea. Un salto epocale. Che rende finalmente le Harley Davidson delle moto interessanti anche per il mercato europeo.

Le vendite cominciano pian piano a decollare, ora serve un’altra intuizione: intuizione che sarà rappresentata dalle inusuali campagne pubblicitarie della Numero uno, ovvero le “poesie”.

Si, in un mondo dove tutti giocano ad esibire numeri per impressionare il pubblico, dove tutti giocano al “chi c’è l’ha piu’ lungo”, Carlo Talamo gioca in contropiede e nelle sue pubblicità evoca racconti, suggestioni, situazioni

Era nera.
Come una locomotiva.
E profumava d’olio.
Di chilometri.
Il calore che emanava lo potevi sentire a dieci passi.
Fango e sporco testimoniavano di strade lontane.
Io avevo otto anni. quella motocicletta, sola nel caldo
di un pomeriggio di tanto tempo fa, quella motocicletta
io non posso dimenticarla.
La pelle delle vecchie borse doveva aver visto temporali,
vento e lunghe giornate di sole.
Vivevo allora in un paesino del sud dell’Italia.
Motociclette ce n’erano poche
.

La creatura di Carlo Talamo decolla, comincia ad aprire svariate sedi in giro per lo stivale, nel giro di poco tempo l’Italia diventa il primo mercato europeo per Harley Davidson. Carlo rimane lo stesso: umorale, sfacciato, si fa immortalare nelle proprie pubblicità, gira senza calzini dodici mesi l’anno.

Mi rimase impressa l’intervista ad un suo grandissimo amico e collaboratore.

“Vendevo ricambi in una grossa officina Honda qui a Milano, mi mandarono da Carlo perché era a corto di personale. Mi dette appuntamento un sabato nel tardo pomeriggio alla Numero Uno: quando arrivai era coi piedi sopra la scrivania che fumava e mangiucchiava, il suo saluto fu ‘mi stai già sui coglioni, perché qualcuno mi ha fatto il tuo nome. E a me non piacciono i raccomandati’. Diventammo ottimi amici!”

Il rapporto coi suoi collaboratori sono sempre stati un qualcosa al limite dell’incredibile: per dare comunicazioni a livello aziendale s’inventò addirittura un giornalino, “Mumble”, dove lui era l’unico redattore, scrittore, ci infilava sponsorizzazione inventate e piuttosto trash. Capitava anche che per parlare di una qualche trattativa non andata in porto sintetizzasse tutto con “Sono stato da xxxx ma non ci siamo messi d’accordo. I motivi non li ho capiti neanch’io…cazzi loro”  .

Nei primi anni novanta la Numero Uno è una realtà che viaggia a gonfie vele, il nostro decide di raddoppiare: idea Gialloquaranta, una realtà che si propone di importare Bentley e Rolls Royce. Sono auto che allora avevano un’immagine fin troppo “demodè”, attempata. Carlo Talamo la chiama Gialloquaranta perché lui per primo ordina una Rolls Royce gialla, e perché quaranta secondo lui è l’età giusta in cui si può cominciare a guidare una Bentley. Il fatto che oggi Bentley sia un marchio molto gettonato da calciatori e rapper, diranno che anche qui Carlo ebbe una visione assolutamente “avanti” sul mondo dell’auto.

Arriva poi la Numero Tre che si occupa di commercializzare il marchio Triumph per il mercato italiano. Modelli come la Street Triple e la Bonneville, sono tutti frutto delle grandi pressioni che lui stesso eserciterà alla casa inglese affinchè vengano commercializzate. Il grande successo di pubblico, tutt’ora duraturo, dimostreranno ancora una volta le grandi capacità intuitive di Talamo.

Siamo alla fine degli anni novanta: Bentley e Rolls Royce finiscono in mani tedesche, il progetto è ancora troppo “embrionale” per potersi opporre.

Stessa cosa vorrà fare Harley Davidson, ovvero aprire una rete ufficiale propria: Carlo gioca d’anticipo e fa firmare un contratto d’esclusiva ad ogni sua filiale italiana. Il risultato: Harley Davidson per poter entrare nel mercato italiano sarà costretta ad acquistare la rete da Carlo Talamo. La trattativa è lunga, ma alla fine l’ha vinta lui: se ne va con una liquidazione multi miliardaria, colossale.

Per qualche mese Carlo lavora al proprio sogno: diventare un collaboratore “freelance” per le piu’ importanti case motociclistiche, voci sempre piu insistenti parleranno di un accordo già firmato con Moto Guzzi. Ma sarà tutto vano: nell’ottobre 2002, a Viareggio viene coinvolto in un incidente banale. Carlo se ne va, certamente triste perché il suo credo era “voglio diventare ricco, si. Ma poi finirli tutti divertendomi”.

Nel “testamento” dichiarerà che non ci sia una Mercedes come carro funebre al suo funerale. Verrà accontentato: alla cerimonia si presenta una Mercedes, ma gli amici si offriranno di portare in spalle la sua bara al campo sacro.

Questa è la storia di un tizio che ha aperto una rivendita di moto mentre fuori c’erano metri di neve. Sia da ispirazione a tutti quei ristoratori che in questi giorni si trovano la sala vuota per il timore del Coronavirus.

Per leggere di piu’ su Carlo Talamo vi invito a visitare il sito di Fedrotriple: un insieme di testimonianze, di pubblicità, di follie. Di viaggi in autostrada in Porsche a tutta velocità, ma senza tenere le mani sul volante perché intento a mettere nero su bianco sua ultima trovata.  

Enrico Martinello | Cittadella, 7 marzo 2020.

Enrico Martinello

enrico.martinello@superpista.it

Cresciuto nella ridente Cittadella, Padovano come le galline, Enrico è un personaggio eclettico e piuttosto vulcanico. Cultore di ferracci sin dalla tenera età, al punto di rifiutare fermamente uno scooter automatico a 14 anni, in favore della Vespa del nonno. Appassionato di Alfa Romeo, ma che disprezza il mondo degli alfisti.

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