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i cancelli della memoria - Superpista
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Andretti, Forghieri e il Drake, di spalle.

i cancelli della memoria

Alla fine degli anni ’70, a Maranello, il Drake era presente e al comando, anche se la proprietà era passata a Fiat dal 1969, senza però eccedere nelle intromissioni, senza compromettere le scelte del fondatore.

Oggi, trovando in rete questa immagine, in modo puramente casuale, è tornata davanti una visione dell’Italia del Riflusso, perché il 1978 aveva già segnato la svolta, dopo quasi Dieci anni da incubo, sempre in allerta, sempre sul filo del rasoio. Era un’Italia produttiva, ma non sempre migliore rispetto a quella di oggi. Era un’Italia sotto scacco, quella del periodo 1968-’81, tra stragi continue, vita sociale e libertà compromesse, per tutti. Insomma, non era facile. Per capirla, in modo vagamente ironico, bisognerebbe guardare un film come “Il Belpaese”, di Luciano Salce.

Oggi, mentre la Ferrari entra in una fase di cambiamento, producendo temporaneamente le macchine per l’ossigeno, ventilatori salvavita in collaborazione con Siare, per superare il più rapidamente possibile questo disastro improvviso, ci si domanda cosa succederà, dopo. E quando arriverà, il dopo. Fino a una quindicina di giorni fa, non eravamo pronti a questa svolta, ma chi scrive sa bene di cosa si parli, perché una pleuropolmonite ha sconvolto la mia esistenza, o meglio, mi ha fatto arrivare a 5 minuti dalla fine, con tanto di estrema unzione. E dire che, fino a un’ora prima, non avrei mai pensato che quella che avevo scambiato per un’influenza da eccesso di stress, di fronte alla quale non mi ero fermato, continuando a lavorare a velocità massima, fosse in realtà qualcosa di un po’ più serio.

Avvisaglie? Nessuna, a parte una febbre che si faceva viva, tutte le sere, e che non riusciva ad abbassarsi nemmeno con la Tachipirina 1000 (se ne prendi 2, diventano una 132 2000) e nemmeno con lo Zymox, autosomministrato in virtù di presunzione. Tutto questo avvenne in febbraio, manco a farlo apposta, esattamente nello stesso periodo in cui, a distanza di Tre anni, in questo 2020 fin qui abbastanza discutibile, il caso Coronavirus sarebbe esploso.

Il 22 gennaio 2017, dopo un mese di lavoro folle, senza tregua e sotto stress a livelli mai provati prima, avevo letteralmente salvato la sfilata di Briatore e Philipp Plein, affrontando continui e repentini cambi di idea. Un giorno volevano le betoniere cromate e gli acrobati, un giorno l’aereo da far diventare oro 24k, e infine l’elicottero, che non solo doveva alzarsi in volo e arrivare in Fiera, ma diventare anche oro glitter, in meno di 12 ore, all’ultimo minuto. Detto così, fa tutto molto ridere, e infatti fa ridere, ma per chiunque lavori dietro a questo genere di eventi mediatici, il far arrivare un Agusta A 109 Power non è la cosa più scontata e banale, in mezzo a un’infinità di altre cose, che non riguardano solo la scenografia, o la componente Spettacolo. Per chi è fuori, questa sembra una banalità, o fantascienza, o uno scherzo, ma non è proprio così, perché la produzione di un evento di tale portata, presente in tutti i telegiornali italiani, primo per importanza all’interno della Fashion Week S/S 2018, non è una cosa banalissima, nonostante il mondo della Moda sembri frivolo. Ed è un mondo che garantisce una sopravvivenza decorosa a centinaia di persone, ma di questo sarebbe più lecito parlarne in altri contesti.

Circa l’impatto che un incidente di percorso può dare, sia a livello personale, per chi ci è passato, sia a livello sociologico, le risposte le avremo a emergenza finita, quando nulla tornerà esattamente come prima, perché “qualcosa si è rotto” (cit.).

Al momento, ogni elucubrazione lascia il tempo che trova, e l’unica maniera per uscirne senza farsi del male è non pensarci troppo, ma tirare dritto, molto dritto. Chiaramente, se si è in casa con qualcuno, certe manchevolezze si amplificano, così come si amplificano le problematiche relazionali, ma non c’è migliore cura del silenzio e dello studio, perché la crisi non si supera con l’ansia, quando si sa che dovrà essere affrontata, dopo questa fase già critica. Molto critica, se si vive nelle zone in cui il Coronavirus sta mietendo più vittime e innescando disastri, come quelle in cui chi scrive svolge gran parte della sua esistenza attuale, e in cui SuperPista e Youngtimer Italia hanno sede, per esempio.

Se abiti nel Golfo di Policoro, il problema non c’è, per ora. Se fa caldo, lontano dai pasti, puoi anche attraversare la strada e fare il bagno. Bisognerà vedere cos’avranno lasciato, quegli elementi scappati da Milano come topi di fronte alla disinfestazione, dopo aver affollato treni all’ultimo minuto, regalando ai parenti un po’ di sacro Coronavirus.

Bisognerà vedere cosa succederà nei prossimi mesi, e come succederà, senza ascoltare quei giornalisti che scoprono di poter fare a meno di andare in trasmissione. che sostengono lo smartworking come unica soluzione a ogni male, quando potrà esserlo solo in parte, e quando sarebbe stato bello usarla già, anche solo per ridurre l’inquinamento e il PM10, Coin-cause della cittadinanza del Coronavirus a Brescia e Bergamo, Milano e compagnia bella. Sarebbe curioso anche capire cosa ci sia sotto la Brebemi, o nella falda acquifera di Montichiari, ma su questo sappiamo solo che i complici siano certi signori che albergano in una certa regione, che prima invocavano il federalismo e che si dimenticano di dare lo status di zona rossa a Bergamo, si dimenticano di chiudere le metropolitane e poi piangono perché la gente muore, scattandosi selfie in maschera. Facile, con maschera.

I cancelli di Maranello di fine anni ’70, con Andretti su una quasi ridicola e senza dubbio eccessiva Rolls Royce con quasi Cinque anni sul groppone e sullo spirito dell’Ecstasy, hanno quasi rallegrato lo scrivente. Non tanto per la pacchianeria da Agusta glitterato oro della Rolls, targata MIX, quanto per la 127 di Forghieri, e per la Lancia Beta di Enzo Ferrari.

Visto che a chi scrive, così come a tutto il corpo autori attualmente a listino, dell’opulenza gratuita, dell’apparenza o delle tamarrerie rusticane importa o frega ben poco, notare l’umiltà di un ingegnere come Forghieri, da non scambiare per pauperismo, e lo stile di Enzo Ferrari, alfista e lancista, fanno sperare nell’arrivo rapido del giorno in cui potremmo tirar fuori la nostra Beta, identica a quella del Drake, e in cui decideremo se restaurare o vendere così, o in doppia formula, con o senza restauro, la 127 5 porte.

Di sicuro, in questa foto, c’è parte della Collezione Permanente di Youngtimer Italia, e la cosa inorgoglisce molto, perché si tratta di automobili salvate per davvero, e non a parole, in entrambi i casi. Abbiamo salvato sia la 127, sia la Beta. Che poi, le Beta, sono un paio. Una è automatica, l’altra manuale. Una è azzurro metallizzato, l’altra blu pastello.

Bisognerebbe combattere questa congiuntura, questo momento di maledizione della Luna, o della Cina, con le prospettive, con i sogni. Dimenticando i telegiornali, leggendo solo il sito dell’Ansa, ma senz’ansia. Non 87 volte al giorno. Chi predica, lo fa 88 volte, ma non si dimentica dei sogni e soprattutto delle prospettive, necessarie ad andare avanti e a non entrare in depressione, quindi in recessione.

Se qualcuno ha recepito, ben venga. Questa è l’unica questione di priorità, al momento, a parte donare, se si ha la possibilità.

Enzo Bollani | Inverigo, 20 Marzo 2020.

Enzo Bollani

enzo.bollani@superpista.it

Enzo Bollani nasce a Milano in una sera di maggio del 1981, quindi può definirsi un Youngtimer. Progettista, Musicista e organizzatore, ha esordito nel 1997 nel mondo della Televisione e della Discografia, lavorando principalmente in Rai e con artisti del calibro di Adriano Celentano, Lucio Dalla e David Bowie. Avrebbe voluto essere Architetto a tutti gli effetti, ma al momento disegna biciclette. Opera principalmente a Milano, ma è costantemente in movimento. Ha inventato questo simpatico sito, oltretutto.

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