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Lo sport più divertente del Mondo - Superpista
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Altrimenti ci arrabbiamo

Lo sport più divertente del Mondo

Alzi la mano colui al quale non sia mai capitato di vedere almeno qualche scena di “Altrimenti ci arrabbiamo”, leggendaria pellicola del 1974 e gigantesco successo del mai troppo celebrato duo Bud Spencer – Terence Hill. Bene, anche se non posso vedervi per assenza di onniscienza, posso immaginare che le mani alzate siano al massimo Tre su Sessanta milioni di italiani circa. Un po’ per gli innumerevoli passaggi televisivi (dagli anni Settanta ad oggi, almeno una volta, se non più volte l’anno), un pò per i frame rimpallati da Youtube che ne hanno fatto conoscere le gag anche alle ultime generazioni, è praticamente impossibile non averlo visto. Io, ovviamente, ne avevo una copia in VHS registrata dalla televisione, che ho rivisto fino all’autodistruzione della stessa. Non credo di sbagliarmi se dico che si tratti del film in assoluto più visto in vita mia, perlomeno nella fascia che va dai 5 ai 15 anni. 

La causa scatenante di tanto amore imperituro negli anni è quantomeno scontata, ed è, al netto della colonna sonora indimenticabile, delle battute leggendarie, della mimica semplicemente perfetta dei due protagonisti, ovviamente il tema automobilistico, che nella pellicola in oggetto diventa addirittura fondamentale, ruotando intorno ad una dune buggy, nella fattispecie costruita dalla ditta romana Puma, vinta come premio per una gara automobilistica e distrutta dal boss locale. 

Una trama elementare, quasi infantile, che chiunque avrebbe potuto scrivere, ma che funge da mero pretesto per un fuoco di fila fatto di scazzottate, battibecchi, corse in auto e in moto, duelli, e via dicendo. Film elementare, dunque, ma perfetto nella sua giocosità baracconesca e fracassona. 

La follia anarchica che pervadeva il cinema italiano “leggero” del tempo si estrinsecava in tutta la sua roboante gloria in una lunga scena iniziale, dove i nostri eroi si contendono la Dune Buggy in palio, partecipando ad una paradossale ed inverosimile gara di “Rallycross”, alla guida di Ford Escort e Capri, in quel tempo in piena produzione, in cui eseguono letteralmente numeri da circo, enfatizzati da inquadrature e sonorizzazioni settantesche, e da un montaggio molto movimentato, avanti per quei tempi.

Già, ma “inverosimile” fino a che punto? 

Diciamolo: praticamente nessun essere vivente che sia dotato di seppur minimo raziocinio potrebbe mai solo ipotizzare che una simile disciplina, del tutto simile al motocross ma con le auto al posto delle due ruote, sia veramente esistita. Ciò a prescindere dalle tante assurdità che si contano durante la gara, aggiunte con ogni evidenza per fini di spettacolo. Vi immaginate una gara in cui un’auto dopo un salto di sei metri continua a correre e fare a sportellate come se niente fosse?

E invece, era tutto vero. Non solo queste gare si tenevano davvero, non solo furono molto popolari in Italia, ma si rivelarono anche e soprattutto un formidabile escamotage pubblicitario per reclamizzare l’incredibile robustezza delle vetture Ford. La pensata degli inglesi, per promuovere le nuove Escort e Capri, era semplice e d’effetto: un trofeo itinerante nelle varie città italiane in circuiti sterrati con “salti” creati artificialmente. Le vetture, messe gratuitamente a disposizione dei piloti, erano tutte nuove Escort in versione 1.3 GT (e 1.3 Sport dal 1971 in poi) e Capri con motore V4 della stessa cilindrata, appositamente allestite con l’armamentario da battaglia, ovvero fermacofani, rollbar, sottocoppa, gomme tassellate, ma per il resto assolutamente di serie. 

Nel 1969, ci fu l’inaugurazione del campionato a Vallelunga, organizzato grazie a sponsor “robusti” come Kleber, Chevron, Autovox e Motorcraft, e con la presenza del mito vivente Jim Clark, avvenimento seguito anche da TV e riviste straniere. Il Rallycross era già in auge da parecchio in Inghilterra e in altri paesi nordeuropei, ma da noi era una novità assoluta. Le gare, combattutissime, si disputavano la domenica in varie manche di tre macchine cadauna, finché non rimanevano tre finalisti. Il tutto fra sportellate, salti, tamponamenti e capottamenti, in seguito ai quali le auto puntualmente riprendevano la corsa come se nulla fosse accaduto, per la gioia e il tripudio del vasto pubblico accalcato ai bordi del tracciato. E se le carrozzerie erano troppo malridotte, c’era pur sempre il tempestivo intervento dei carrozzieri specializzati che rimediavano i danni a suon di poderose martellate. Le gare raggiungevano così, senza trucco e senza inganno, il loro obiettivo principale: dimostrare al pubblico la solida costituzione delle vetture Ford. Inutile negare il ruolo fondamentale che queste ebbero nell’alimentare il mito della loro indistruttibilità.

Per anni, il Trofeo andò avanti con popolarità sempre crescente, fino a quel fatidico 1974 in cui si decise di fare il salto “cinematografico” utilizzando ovviamente non auto nuove ma esemplari già ampiamente sfruttai in anni di gare e visibilmente rabberciati, pur essendo ancora perfettamente funzionanti e in grado di offrire i loro bravi numeri da circo. Per quanto “Altrimenti ci arrabbiamo” fosse ambientato in Spagna, a Madrid e dintorni, la gara di rallycross venne girata in un circuito costruito apposta per il trofeo Ford Kleber, nei dintorni di Vallelunga. Che fossero esemplari immatricolati in Italia era comunque intuibile dalle specifiche d’allestimento (indicatori di direzione anteriori bianchi, lampeggiatori laterali, eccetera) tipiche del nostro codice della strada.

Ovviamente, per evidenti fini di spasso, quella che nel mondo reale era una gara spettacolare ma tutto sommato ordinata e che prevedeva, come detto, la partecipazione di tre veicoli per volta, sotto la regia del folle Marcello Fondato e la follia suicida e autolesionista del celebre stuntman automobilistico Remy Julienne (e chi altri sennò…) e della sua equipe, divenne una bolgia inaudita che vedeva la partecipazione di una buona dozzina di auto, che per oltre Otto minuti si rendono protagoniste di numeri da antologia, “impossibili” quanto spettacolari, in un crescendo rossiniano che vede il film culminare nella scena in cui Bud Spencer, alla guida della sua 1300 Sport rossa e bianca, irrompe nel locale del boss durante una festa, distruggendolo completamente. 

Curiosamente il film, e l’enorme successo che ne conseguì, non servì per rivitalizzare la carriera della Escort, ormai in procinto di essere sostituita, e nemmeno per reclamizzare il trofeo rallycross, che ormai viveva di vita propria e per cui la CSAI organizzò un proprio calendario agonistico, aperto non solo alle vetture Ford. Proprio in quegli anni, in Italia cominciò a incontrare un enorme successo una variante molto sui generis del rallycross, organizzata da Citroën Italia, su modello francese: il Trofeo 2CV – Dyane Cross. Combattutissimo, spettacolare, nonostante le potenze modeste delle vetture in gara, e caratterizzato da ricchi premi, il Trofeo 2CV -Dyane Cross conobbe una popolarità eccezionale anche fra i giovanissimi, che potevano evocarne le manches grazie ai reportage de Il Giornalino e di Topolino, oppure grazie agli stupendi modellini realizzati dalla Polistil (casualmente, uno degli sponsor del Trofeo) e dalla Mattel Mebetoys. Probabilmente, il Trofeo 2CV – Dyane fu anche il modo più economico in assoluto per correre, in quanto quasi tutte le auto erano strausate e sfruttate bicilindriche, magari recuperate a poche lire: si levava tutto ciò che non serviva per la gara (ovvero: tutto, tranne le portiere, il cofano e il sedile di guida), e via a menarsi.

Il gioioso baraccone si sfarinò lungo gli anni Ottanta, caratterizzati da un sempre crescente professionismo. Il Rallycross divenne fenomeno via via sempre più amatoriale, almeno in Italia. Al contrario, in Inghilterra continuò ad essere uno sport seguitissimo e disputato ad ogni livello motoristico possibile: basti pensare che molte mitiche Gruppo B, dopo il bando nei rallyes nel 1986, continuarono la loro attività agonistica proprio nelle piste di rallycross britanniche. Immaginate cosa poteva succedere mettendo in uno stesso tracciato aggeggini da centinaia di cavalli e carrozzerie in materiali compositi quali Ford RS200, Peugeot 205 T16, Audi Quattro Sport, Metro 6R4, Citroën BX 4TC… Eppure è successo. Cercare su Youtube, per credere. 

In quanto a noi, poveri tapini, passeremo altri decenni ancora a deliziarci con le sequenze di “Altrimenti ci arrabbiamo”, e a chiederci se quelle gare assurde si tenessero davvero, nel mondo reale. 

Cosa resta della Puma, invece? Lo scoprirete nella prossima puntata.

Antonio Cabras | Milano, 7 aprile 2020.


Antonio Cabras

antonio.cabras@superpista.it

Nasce a Sassari nel 1980 e subito dopo gli viene diagnosticato l’autismo. Ma fraintende, e così comincia a disegnare automobili a tutto spiano dimenticandosi di imparare a parlare. Laureatosi per sbaglio in giurisprudenza, capisce appena in tempo che è meglio essere ricordati per una vignetta sulla Fiat Duna che non per una causa rovinosamente persa.

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