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l'importanza di chiamarsi Tacuma - Superpista
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la Daewoo Tacuma

l’importanza di chiamarsi Tacuma

«La Tacuma è naturalmente bella». Esordiva con questa frase – per certi versi opinabile – la didascalia confezionata “ad hoc” dagli omini del marketing di casa Daewoo, nei poster pubblicitari della monovolume coreana nell’oramai lontano 2004.

Come fece la Tacuma a ricavarsi la sua fetta di estimatori in un mercato all’epoca già molto agguerrito pur non essendo “naturalmente bella”, come invece pensava Daewoo?

Partiamo dal presupposto che esista (o meglio, esisteva) una prima ragione di fondo. Prima che imperversasse il fenomeno SUV, da inizio anni ’90 fino ad una decina d’anni fa, le strade italiane (e di mezzo mondo) erano dominate dalle monovolume, veicoli con proporzioni non proprio aggraziate ma con spazio in abbondanza per ospitare i Watussi e i loro familiari, molto spesso su tre file di sedili.

Le monovolume, di dimensioni generose prima (ne sono un esempio la Renault Espace e la Toyota Previa) e compatte poi (Renault Scenic e simili), divennero presto un fenomeno di costume, soppiantando via via le meno pratiche station wagon e diventando reginette delle vendite. Fu così che anche la coreana Daewoo Motors decise di cavalcare l’onda delle monovolume compatte sotto i 4 metri e mezzo, dando vita alla Tacuma (“Rezzo” in Asia e pochi altri paesi), venduta dal 2000 al 2005 col marchio Daewoo e fino al 2009 con il marchio Chevrolet. Quando nel 2001 Daewoo venne acquisita da GM, la Tacuma fu esportata anche in Africa e Sudamerica, con il nome di “Chevrolet Vivant”.

Per chi non lo sapesse, pur non esibendo una linea particolarmente felice, la Tacuma fu concepita dalla matita di Pininfarina (padre della altrettanto poco riuscita, almeno nella linea, Hyundai Matrix). Il design “a uovo”, che sembrava un po’ fare il verso alla Citroen Xsara Picasso, contribuì a farle ottenere un discreto successo di vendite tra il pubblico italiano. Tuttavia, pur essendo molto pratica e spaziosa, la qualità costruttiva e delle plastiche era veramente modesta, in particolar modo per gli esemplari costruiti nei primi anni.

la nostra infografica sulla Tacuma. Il suo poster sarà online da lunedì, su: https://www.youngtimeritalia.it

Dal punto di vista telaistico, la Tacuma non fu per nulla deludente, anzi, per la categoria di cui faceva parte disponeva di un comportamento dinamico rispettabile. Il pianale della vettura, condiviso con la Nubira, prevedeva una raffinata soluzione di tipo McPherson all’avantreno (scelta non comune per la categoria) e un più comune ponte torcente con ruote interconnesse al retrotreno. A livello di motori, la gamma prevedeva 2 propulsori a benzina di derivazione GM, un 1600 cm³ da 105 cavalli (che saranno 107 dal 2005) e un 2000 cm³ da 131 cavalli, entrambi abbinati ad un cambio manuale a 5 rapporti; per il 2.0 era disponibile un classico automatico a 4 marce, con convertitore di coppia.

Nel 2005, per rendere la vettura più appetibile agli irriducibili del Diesel e ai risparmiatori seriali (o per meglio dire al pubblico italiano), furono introdotte le versioni “Dual Power” (Eco Logic dal 2007) motorizzate a GPL, con impianto sviluppato dalla BRC di Cherasco.

Per quel che se ne possa dire, tralasciando la qualità dei materiali usati per gli interni e qualche altro dettaglio non proprio felice, la Tacuma  fu una delle prime Daewoo a fare passi da gigante, rispetto al design dei modelli proposti fino a poco tempo prima dalla casa coreana. Basti pensare alla Nexia, dal nome che sembrava ispirato ad una carta di credito, replica della Opel Kadett.

gli interni della Daewoo Tacuma: finto legno a profusione, orologio in posizione improbabile e impostazione tipicamente anni ’90.

Questo cambiamento venne percepito dal pubblico, che ricambiò, garantendo un discreto successo commerciale alla Tacoma e, di conseguenza, un po’ a tutta la gamma Daewoo, nonostante i motori a benzina e nonostante il GPL fosse arrivato solamente negli ultimi anni di produzione, unitamente ad un restyling, che rese la linea leggermente più moderna. 

La linea, ad opera di Pininfarina, pur non essendo “naturalmente bella”, era originale – specie nel frontale – dove trovavamo disposti su più livelli rispettivamente i normali gruppi ottici e i fendinebbia (soluzione usata anche dalla Fiat sulla Multipla), così come nel posteriore, dove capeggiavano in alto e a rischio d’urto, i fanali della vettura. Innegabile la cura anche dei particolari, come ad esempio la minuscola antenna “a spirale” posta sul retro del tetto o le barre portapacchi, progettate per resistere a carichi fino ad una tonnellata.

Quanto detto finora, unitamente al fatto che la Tacoma sia stata tra le prime piccole monovolume a vedersela ad armi pari con Renault Scenic, Nissan Tino e compagnia bella – oltre ad essere vicina alla fatidica soglia dei 20 anni – rende la coreana sempre più appetibile dal punto di vista collezionistico. 

E voi, che ne pensate della Daewoo Tacuma e in generale delle piccole monovolume dell’epoca?

Luigi Di Genova | Pozzallo, 11 Aprile 2020.

luigi di genova

luigi.digenova@superpista.it

Classe ’93, un diploma in meccanica e un master in meccanica industriale, Luigi cresce negli anni novanta a pane e Quattroruote e diventa presto un cultore di auto di ogni epoca. Nel tempo sviluppa una particolare inclinazione alle storiche e nello specifico alle youngtimer, che hanno accompagnato la sua infanzia prima e la sua adolescenza poi. Cresciuto sul sedile di una Y10 grigio quarzo del ’91, oltre a quest’ultima, nel suo garage trovano posto una Fiat 126 del ’76, una Fiat X1/9 del ’77 nonchè una giovane e anomala Opel Corsa Turbo del ’18.

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