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tra la via Appia e il Futuro - Superpista
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Y10 Appia

tra la via Appia e il Futuro

“Piace alla gente che piace”: esordiva così, nel 1987, lo spot dell’Autobianchi Y10, una delle compatte da città più importanti per la Storia del Disegno Automobilistico, oltreché per l’impatto sulla Società e sul Costume in Italia, nel resto d’Europa e in Giappone, nel pieno degli anni Ottanta.

Dalla sua nascita, nel 1985, è cambiata Tre volte: è diventata una piccola bomba, con la sua versione Turbo, un camoscio sulle strade montane, con la versione 4WD, ed un’agile tennista del traffico, con l’ormai rara versione brandizzata Fila. Anche le motorizzazioni hanno spaziato molto, durante i suoi Dieci anni di onorata produzione. Dal più docile 1.0 fire aspirato al 1050 turbo, dall’Injection (per i mercati elvetici e per l’Austria) alla 1.3 GT, la scelta era davvero ampia. Così com’era ampia anche la scelta degli interni. Dai colori ai materiali, ci si poteva davvero sbizzarrire. Gli interni erano anche il centro focale delle varie versioni speciali uscite negli anni che, insieme ad alcuni accorgimenti estetici, aiutavano a definire ancora di più il carattere singolare della vettura.

la campagna francese della Y10 Appia LX dotata, a richiesta, dei cerchi in lega diamantati, presenti su tutta la gamma Lancia contemporanea.

Parlando di versioni speciali, ne esiste una abbastanza particolare, dedicata solo al mercato d’Oltralpe e al mercato teutonico, fresco di riunificazione: correva l’anno 1991, e Lancia introduceva la Y10 APPIA.

Appia è un nome abbastanza singolare, soprattutto per chi conosce il marchio Lancia. Dalla Ricostruzione, c’era appunto la Lancia Appia, sorella minore dell’Aurelia, che deve il suo nome alla nostra strada consolare romana, costruita sotto gli auspici di Appio Claudio, che collegava e collega a tutt’oggi Roma a Brindisium, ossia Brindisi. Singolare che venisse rispolverato un nome così antico, per un’utilitaria così moderna, ma dalla distonia e dal marketing nascono, talvolta, operazioni interessanti.

La Appia che fu, comunque, era una vettura improntata sul Lusso e sul Comfort lancista, come appunto testimoniano le varie versioni: Giardinetta, coupè, berlina e cabriolet, prodotte dal 1953 al 1963, e spessissimo ricarrozzate dai più noti carrozzieri italiani. Seppur strano, ma vero, la Appia – col suo piccolo 1.1 – , fu fatta correre da Lancia stessa nel 1953, nella categoria Turismo. Da lì, si susseguì un decennio di vittorie costanti, anche per merito dell’elaborazione della carrozzeria da parte di Zagato.

Ora, è normale chiedersi cosa c’entri la Y10 con la Appia, dato che sono Due auto completamente diverse, e perché mai abbia scelto proprio l’accostamento di questi due nomi. Risposta più semplice non esiste, evidenziare il fatto che la Y10 fosse una Lancia, a tutti gli effetti.

La Appia, durante i suoi anni di produzione, era fortemente richiesta, in un Paese da sempre lancista, come la Francia, ma era una valida alternativa alla Stella a Tre punte, in Germania, quindi godeva di ottima reputazione su entrambi i mercati.

l’immagine ufficiale della gamma Y10 Appia, nel 1991.

Così, Lancia, per incrementare le vendite della già proficua Y10, decise di costruirne una versione completa dedicata al mercato inizialmente francese, sul finire del ’90, solo con la base, per poi allargarsi alla Germania, nella seconda versione del ’91, per via della feroce concorrenza nel settore delle piccole compatte che giocavano ad essere sfiziose, ma non certo dotate come ammiraglie. Questo discorso vale soprattutto per la rinnovata Polo, che mieteva consensi su consensi, e proponeva una carrozzeria in stile station wagon, ma senza offrire nulla che andasse oltre l’essenziale.

un’altra campagna francese della Y10 Appia, proposta per un breve periodo anche in allestimento LX, solo sul mercato francese, solo con cambio automatico.

La Y10 Appia, basata sulla seconda generazione, faceva di molto la differenza, offrendo di serie l’impianto stereo Pioneer, con autoradio estraibile, i vetri atermici, la costosa vernice metallizzata, il correttore assetto fari, i vetri elettrici e i cristalli posteriori a compasso, sempre elettrici, oltre a un paio di combinazioni estetiche.

La versione di ingresso era basata sulla nostra entry level: la Fire. La Appia su base Fire era simile, in tutto e per tutto, alla versione italiana, ad eccezione della striscia rossa che percorreva la linea di cintura, con paraurti grezzi, copricerchi standard, e carrozzeria in Nero Mica metallizzato, come le italiane Mia o Ego, con portellone nero opaco (come sulla Mia).

la Y10 fire Appia, al debutto in Francia, nel 1990. Da notare i fari, rigorosamente gialli, come da regolamento stradale d’Oltralpe.

La seconda combinazione cromatica, invece, era l’opposto esatto dello Stile tradizionale della Y10: portellone in tinta, paraurti integralmente in tinta, compreso il fascione, cerchi in lega di disegno esclusivo, neri, con bordo satinato, e striscia arancione sulla linea di cintura. Il tutto condito da un leggero assetto sportivo, molto deutsche.

Dal punto di vista motoristico, la base montava il 1.0 Fire da 45 cv ad iniezione elettronica, abbinato ad un manuale a 5 rapporti. Schema meccanico che condivideva con la sua gemella italiana, ossia la Y10 Fire i.e.
Ma la vera novità era la versione sportiva, definita dagli appassionati un po’ come la Gioconda di Leonardo sottratta da Napoleone. Similitudine più che azzeccata, in quanto era una vera e propria opera d’Arte, ma procediamo con ordine. Sul piano meccanico, la Y10 Appia sportiveggiante era dotata di una vecchia conoscenza: il brasiliano 1050 aspirato da 56 cavalli, ad iniezione diretta Bosch Mono-Jetronic. L’assetto era, come detto, leggermente più basso e irrigidito, per migliorare l’handling e la risposta dello sterzo in curva.

la vista laterale della Appia più sportiva, con motore 1050 brasiliano, derivato dalla Touring-Turbo prima serie.

A tal proposito, i piccoli cerchi in lega da 13 furono allargati leggermente nel canale. Un piccolo focus interessante è d’obbligo, sui cerchi: pare che Ferrari sia stata di fondamentale ispirazione nell’elaborazione del loro design. Infatti, i cerchi della Y10 Appia, come i più acuti osservatori noteranno, sono mono-dado centrale, ed il loro disegno rappresenta una copia stilizzata di quelli montati sulle Ferrari F40.
Per quanto riguarda l’estetica, tutto verteva nel conferire sportività alle linee, per cercare di aggredire le quote di mercato della Polo GT, della Clio RT, della nascente Clio S ed, infine, della Peugeot 205 XS. Inoltre, la Corsa era fresca di restyling, e stava per arrivare la 106, che si poneva sul mercato come concorrente diretta della Y10, almeno in Francia.

Ciò che colpiva maggiormente, per chiunque guardasse la Appia in versione sportiva, era lo straordinario raccordo di portellone posteriore, paraurti e specchietti verniciati dello stesso colore della carrozzeria, soluzione che conferiva alla vettura un aspetto inedito.

In Francia, tuttavia, era possibile ordinare la Y10 Appia in configurazione classica LX, uguale a quella della gamma italiana, con cambio automatico e motore 1.1. Optional, i cerchi in lega diamantati.

La dotazione interna la rendeva davvero una compatta di alta classe. I materiali potevano variare dall’Alcantara alla pelle, la cui colorazione era personalizzabile, ma la vera novità era il sedile posteriore sdoppiato, per avere più possibilità e modulabilità di carico nell’esiguo bagagliaio.

le gamme straniere e i body kit. L’estetica della Yearling, in Italia, non avrebbe mai potuto funzionare. L’idea era quella di competere con la Super 5 GT Turbo e le sue vistose plastiche.

Concludendo, la Y10 Appia è un chiaro esempio di come Lancia fosse capace di costruire una versione base ma al contempo esclusiva, ed una versione sportiveggiante ma non necessariamente Turbo, secondo i gusti e le esigenze di emissioni dei mercati esteri, molto diversi da quelli italiani. Soprattutto, è un chiaro esempio di come un Design semplicemente perfetto non venisse intaccato nemmeno da operazioni al limite, impensabili per il pubblico italiano, come la verniciatura integrale, ma mai osé quanto la Yearling, che qualsiasi italiano dotato di gusto estetico riterrebbe agghiacciante.

Domenico Borrescio  | Cosenza, 20 aprile 2020

Domenico Borrescio

domenico.borrescio@superpista.it

Ciao a tutti mi presento sono Domenico, un giovane ragazzo di 18 anni con la malattia delle auto storiche e dei motori, abito in Calabria in un paesino di nome Lungro in provincia di Cosenza, spero tanto che i mie articoli vi piacciano.

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