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un proiettile in abito da sera - Superpista
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Maserati Indy

un proiettile in abito da sera

La fine degli anni Sessanta fu un periodo di grandi cambiamenti in ambito automobilistico. Si ricordano principalmente Due date che vanno a cavallo con il decennio successivo: in primo luogo, il famosissimo 1969, caratterizzato dalla coesione di due importantissimi marchi Italiani, ovvero l’annessione di Lancia alla Fiat, in secondo luogo invece, ricordiamo il ‘68, dove Maserati, che navigava in ottime acque, fu vittima della crisi economica della famiglia Orsi, che la cedette alla francese Citroën, dove rimase per i successivi Sette anni.

il 3/4 posteriore della Ghibli, leggermente a cuneo. Da notare i gruppi ottici, mutuati dall’Alfa Romeo 1750. Pratica molto comune, al tempo, ma non per questo cheap o senza carattere.


L’auto di cui parliamo oggi, oltre ad essere nata in questi anni, è una bellissima fastback, Quattro posti, Tre porte e con una forma che racchiude un insieme di stili, in grado di attribuirle molta personalità e carattere. 
Disegnata per Vignale, dalla matita di Giovanni Michelotti, la Maserati Indy fece la sua prima comparsa, sotto forma di prototipo, al Salone dell’Automobile di Torino nel 1968. Non fu l’unica però ad incantare la kermesse piemontese, perchè si trovò a competere con un’altra vettura dalle simili caratteristiche formali: la Maserati Simùn.

Quest’ultima, nonostante fosse disegnata da Giorgetto Giugiaro, non riscontrò il successo della Indy, che fece di conseguenza  il suo debutto al salone di Ginevra nel marzo del ‘69.
Il suo appellativo, come nel caso della precedente Sebring, è un omaggio ad una gara vinta da Maserati, precisamente alla vittoria della 8CTF, tra il ‘39 e il ‘40, alla 500 miglia di Indianapolis.


La Indy fu la prima della Casa del Tridente ad essere sviluppata e introdotta dopo l’acquisizione del pacchetto azionario da parte di Citroën, e la presenza della società francese è ben evidente in alcune soluzoni stilistiche della vettura. Partendo dall’esterno, si notano subito le ampie vetrature tipiche delle Citroën anni ‘60, che creano un abitacolo luminoso e sensazionalmente ampio. E’ inoltre visibile un richiamo d’Oltreoceano sul frontale, evidenziato dai quattro fari a scomparsa che ricordano quelli della coeva Corvette C3. Il tratto tipicamente italiano invece, lo ritoviamo sul posteriore, con la presenza di una coda tronca che sarà fonte di ispirazione per altre successive fastback, come l’Alfetta GTV

la prima Alfetta GT. Evidenti i richiami alla Indy.


Oltre all’incredibile luminosità interna, l’abitacolo si presenta di un’eleganza e una essenzialità formale davvero apprezzabile. E’ incredibile pensare a come l’equipaggiamento sia composto da solo elementi indispensabili e determinati per la guida, rispetto agli infiniti listini attuali.

il frontale della Indy, caratterizzato dai gruppi ottici a scomparsa, molto moderni.


Meccanicamente di serie furono previsti: il piantone dello sterzo regolabile in Due direzioni, il bloccasterzo, il cambio ZF a Cinque rapporti, il lunotto posteriore con sbrinatore e le luci fendinebbia. All’interno, invece, furono già presenti: i sedili in pelle reclinabili, il poggiatesta e il caratteristico orologio analogico montato sulla plancia di fronte al passeggero. Gli unici Tre optional furono il servosterzo, l’aria condizionata e il cambio automatico a Tre velocità.


La qualità costruttiva si denota dai processi artigianali, visibili nelle finiture cucite a mano dei Quattro comodi sedili in pelle e in soluzioni ergonomiche, come il grosso portellone posteriore che facilita l’accesso al vano bagagli. Il tutto ovviamente agevolato dalle generose dimensioni della scocca e dal passo di 260 centimetri. Il progetto dell’auto, infatti, fu studiato sulla già presente piattaforma della Ghibli, allungata di Cinque centimetri, montando anche lo stesso asse rigido posteriore che, al contrario del passo, rimase invariato.


Oltre ad avere un corpo vettura autoportante, la peculiarità della Indy fu proprio quella di disporre di un coefficente aerodinamico notevole, in grado di garantirle una efficace resistenza aerodinamica e un’ ottima stabilità alle alte velocità. E’ infatti risaputo che la Indy fosse particolaremente veloce, nonostante alcune caratteristiche tecniche che la penalizzavano, come il peso prossimo ai 1600 kg, surclassate però da un cx ai vertici della categoria.


Parlando di specifiche tecniche, venne montato sulla sua prima serie, prodotta dal ‘68 al ‘71, un 4.2 V8 aspirato da 280cv, brillante ma nettamente inferiore ai propulsori che montavano le sorelle maggiori. Infatti, le incredibili doti aerodinamiche della Indy, costrinsero Maserati a montare un propulsore meno spinto perchè, con maggiore potenza, avrebbe potuto superare prestazionalmente la ben più cara Ghibli. Il V8 riusciva a spingerla oltre i 260 km/h, anche se in un test drive del 1970, fu rilevata una punta di 247 orari, sufficiente per sopraffare la concorrente Ferrari 365 GT 2+2, munita di Quattro cilindri in più e 320cv. Le motorizzazioni più potenti però, arrivarono con le serie successive e, nella seconda, prodotta dal ‘71 al ‘73, venne montato un 4.7 sempre V8 con quattro carburatori Weber da 42 portato a 290 cv, ossia lo stesso motore presente sulle ammiraglie Quattroporte e Mexico.

La 4.2 e la 4.7 furono successivamente nominate come “Indy America”, sebbene questa denominazione non indicasse le versioni destinate agli Stati Uniti. L’apice delle prestazioni però giunse nel ‘73, con la terza ed ultima serie, proposta con un 4900 cc da ben 320 cv. Il propulsore le permetteva di superare i 270 km/h, numeri importanti e piuttosto oversize per una coupè 2+2 anni ‘70. In quest’ultima gamma, l’equipaggiamento portò delle migliorie tecniche, che la differenziavano dalle altre Due versioni. Oltre al servosterzo e all’aria condizionata di serie, fu possibilie scegliere tra Due diverse tipologie di cambio, tra cui una con rapporti più corti, per agevolare la guidabilità cittadina. Delle 300 vendute nella terza serie, le ultime 200 montavano un nuovo sistema freante idraulico, che veniva fornito dalla ormai casa madre Citroën.


Nonostante il suo posizionamento nel mercato non fosse molto chiaro, dato che la sua produzione si sovrappose alla Ghibli, alla Mexico e alla Mistral, la Indy riuscì comunque a restare a galla tra le sorelle maggiori, prendendone indirettamente il controllo. Venduta in 1104 esemplari, fu anche oggetto del desiderio di celebrità come Walt Disney Jr e il giornalista ed ex pilota Giovanni Lurani, diventando una delle auto di maggior successo della casa di Modena.

Matteo Torriani | Milano, 9 maggio 2020

Matteo Torriani

matteo.torriani@superpista.it

<div dir="ltr">Matteo Torriani nasce nel 1996 a Segrate. Matura la sua già esistente passione per l'Automobile quando intraprende gli studi</div> <div dir="ltr">universitari in Design e Progettazione.</div> <div dir="ltr">Per vocazione e per professione, ama l’aspetto stilistico dell'Automobile, in relazione al suo studio progettuale, tecnico e meccanico. Bello e Utile, in sintesi.</div> <div dir="ltr">Collabora con Superpista e Youngtimer Italia dal 2020.</div>

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