Search
la moto accentata - Superpista
fade
10927
post-template-default,single,single-post,postid-10927,single-format-standard,theme-averly,cookies-not-set,eltd-core-1.3,woocommerce-no-js,averly child-child-ver-1.0.1,averly-ver-1.7,eltd-smooth-scroll,eltd-smooth-page-transitions,eltd-mimic-ajax,eltd-grid-1200,eltd-blog-installed,eltd-main-style1,eltd-disable-fullscreen-menu-opener,eltd-header-standard,eltd-sticky-header-on-scroll-down-up,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,eltd-,eltd-fullscreen-search eltd-search-fade,eltd-disable-sidemenu-area-opener,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive
Aprilia Motò 6.5

la moto accentata

L’Aprilia firmata Philippe Starck:
“Fra Sei anni debutta il terzo millennio.
E’ forse il momento di accorgersi che tutto quanto
è intorno a noi è immagine e non realtà. Guardiamo la moto, sballottata sul filo delle mode,
svuotata del suo significato e della sua ragione d’essere:
essa non è più che l’ espressione di falsi miti e di vere caricature. Salvo rare eccezioni, la moto ha perduto la sua anima.
E’ il momento di ricercarla e di reinventarla. L’essenza stessa della moto, il meglio di ciò che è stato,
il meglio di ciò che sarà:
unica, definitiva, eterna, allo stato minimo, come materia, 
al massimo livello dello spirito.Questa motocicletta esisite: è Motò 6.5
Aprilia l’ha inventata.
L’ anima della moto. Una vera moto per una vera vita.”
                                                                                             P. Starck


Ivano Beggio, l’uomo a cui si deve la nascita delle motociclette Aprilia, medita, nei primi anni ‘90, sulla creazione di un prodotto motociclistico dalla linea universale, che possa accomunare sia gli appassionati che i fruitori occasionali delle Due ruote. Un prodotto che riesca a sintetizzare in se stesso l’intera storia del motociclismo, ma in una forma nuova e al contempo definitiva, ultima, del come si possa intendere una moto. Progettare e produrre un’Aprilia che sia fuori dal tempo. In quanti la capiranno?

Philippe Starck e Ivano Beggio, in sella alla Motò 6.5, nel 1995.

Di quanti si potrà dire che avranno colto il senso di questo progetto cosi’ avanguardistico e pretenzioso? Questi dubbi, più che legittimi, non fecero più di tanto capolino nella mente di Beggio, che procedette dritto nel suo intento, nonostante il parere contrario, o poco consenziente, dei suoi collaboratori e degli appassionati.
Beggio, animato dall’ idea di una moto dal design universale, decide di incontrare Philippe Starck, il noto designer francese, per commisionargli il progetto. Ciò avviene al Salone del Mobile di Milano, il luogo da cui questa storia così rivoluzionaria nasce, per prendere poi il nome di Motò 6.5. Di questo progetto va evidenziato come l’intento di Beggio fosse proprio quello di lavorare sullo stile della moto, che, come poc’anzi detto, avrebbe dovuto essere il momento formale culminante della Storia della Motocicletta, dove un unico prodotto avrebbe riassunto i canoni stilistici di tutte le moto costruite nel tempo passato, in uno solo e soltanto, e sarebbe stato di casa Aprilia.

L’obiettivo è universalizzare la motocicletta, per creare La Motocicletta.


Il motore scelto e montato sulla Motò è ovviamente a un solo cilindro, e si dice ovviamente in quanto la moto, intesa proprio come tipologia, nasca monocilindrica, e tale conformazione ne evidenzia i tratti più essenziali. Il propulsore è, per l’appunto, un monocilindrico, a 4 tempi, prodotto dalla casa austriaca Rotax. Esso equipaggiava anche altri modelli della casa di Noale, come la Pegaso, ma veniva anche utilizzato sulla BMW F650, che era sviluppata e prodotta da Aprilia. Il Rotax a carburatore montato sulla Motò 6.5, dove 6.5 allude alla cilindrata di 650 cc, è leggermente depotenziato rispetto a quello predisposto per le moto citate in precedenza, e sviluppa ora 43 cavalli ed una coppia 53 N m a 5000 giri, mentre la versione montata sul Pegaso aveva un doppio carburatore che portava la potenza a 50 cavalli, a fronte di un peso a secco di 171 kg. Il depotenziamento è stato voluto per rendere la Motò 6.5 adatta anche ai neofiti, e, come diceva Starck, la moto doveva risultare facile e amichevole, in quanto un motore monocilindrico è spesso brusco da gestire, soprattutto se accompagnato da numeri un pò troppo alti.

Ad ogni modo, la Motò nasce per essere una motocicletta nella sua forma più pura: non da corsa, non da viaggio, non da penne, benchè queste ultime si potessero comunque fare, con un pizzico di manico. La Motò è la Due ruote da intendere e trattare come un prodotto di cui esperire per il fatto di farlo, senza altri fini eccessivamente invasivi per la natura del mezzo. Il depotenziamento, che rimane comunque leggero, avviene anche per via del montaggio di un carburatore un pò più piccolo, un Mikuni BST 40.


Il telaio, sdoppiato a doppia culla in tubi a sezione sia tonda che quadrata, è uno dei maggiori protagonisti stilistici dell’ Aprilia Motò, e detta le regole di tutta la composizione. La matita di Philippe Starck corre libera sulla carta bianca, anzi, ne scivola sopra, come se stesse percorrendo i retroscena di una danza immaginaria; si contraddice per poi riprendersi, e, nella genesi dell’atto creativo, arriva a definire la linea più giusta e opportuna per la Motò e per il pensiero che vi è dietro. Si può dire, osservandola bene, che essa sia l’Aprilia più esente dai tempi, e dalle frivole mode che ne sono state generate, di sempre. La curva del telaio continua, passando il testimone al radiatore convesso, cosi’ pensato proprio per creare una linea di continuità con quest’ultimo, e dal radiatore prosegue sino ad ingenerare la forma a goccia del serbatoio da 16 litri.

Ecco che la linea sinuosa, frutto di continui e meticolosi raccordi, avanza dal serbatoio dando vita alla sella due posti, per eclissarsi poi nella coda, la cui estremità è occupata dalla luce. Sul lato della coda spicca la firma Starck, sotto forma di decalcomania. Anche le fiancatine e il terminale di scarico, commissionato alla Lanfranconi di Mandello del Lario, collettori inclusi, si fanno partecipi di questo vezzo formale, perfezionando la continuità della forma della Motò. Da sottolineare poi la soluzione particolarmente innovativa dello scarico, posto sotto al motore. Una pensata che ha anticipato molto i tempi, considerando che risalga agli anni ‘90.


Quando si parla di Design, lo si può intendere in infiniti modi ma, il termine, nella sua accezione più logica rispetto a ciò che deve essere, riguarda il fatto di dar vita a forme il più pure e armoniche possibili, in linea con l’idea fondamentale di un progetto. Tutte le curve presenti nel disegno della Motò non sono altro che l’espressione più diretta dell’atto progettuale di un Design di qualità. Le forme pure e rotonde, tanto bramate da chiunque si occupi di Stile, possono essere ottenute solo adottando un tipo di costruzione che veda nei suoi fondamenti una successione di un numero x di cerchi. Il Cerchio, infatti, è il padre della Forma. Una curva, che produce forma, non è altro che un insieme di tante parti di cerchio perfettamente raccordate fra loro, e questo è quello che accade con l’ Aprilia di Starck che, nella fase di progettazione, esalta al massimo il metodo stesso. Volendo creare una moto il più pura possibile, ben connessa con il suo archetipo più essenziale, quale altro approccio al progetto poteva essere adottato, se non quello principe e perfettamente coerente con i presupposti della sua natura?

la Motò 6.5 era disponibile anche in livrea bicolore bianco e argento, meno fascinosa della versione in arancione, ma più rara.


La Motò 6.5, il sogno di Beggio, ha prodotto molto scalpore, quando è arrivata nei concessionari italiani. Molti degli esemplari esposti rimasero invenduti per non poco tempo, a causa dell’avanguardia del progetto e dell’incompresione dei più, non preparati per accogliere a braccia aperte un prodotto così avanti con i tempi. Questo accadde in misura molto minore nel resto dell’Europa, dove la Motò 6.5, in particolare in Francia, ottene un certo successo commerciale e fece innamorare gli appassionati. Ad ogni modo la Motò rimane in vendita per Due anni, dal 1995 al 1996.
Oggi l’Aprilia firmata Starck, a distanza di una ventina d’anni dall’uscita, è divenuta uno dei simboli del design strettamente applicato alla motocicletta, oltreché piuttosto ricercata dagli appassionati, che ne hanno riscoperto i grandi pregi. Delle Tremila prodotte, le poche attualmente in vendita sono tutte in condizioni conservative pressoché ottime, essendo stata, la Motò, raramente adoperata per usi intensivi, e con pochi chilometri. Anche le quotazioni sono cresciute nel tempo, che per gli esemplari meglio tenuti sfiorano i Settemila euro.

il 3/4 posteriore della Motò, con il gruppo ottico perfettamente inserito, vagamente retro.


La filosofia, cosi’ semplice e cosi’ efficace, in cui Ivano Beggio aveva tanto creduto e investito, è diventata oggi l’ obiettivo di punta di molti progettisti, designer e imprenditori che, più o meno bene, provano a renderlo concreto. 
A Beggio siamo riconoscenti per avere avuto quell’ idea cosi’ avanguardista, non ieri, ma più di Venti anni fa, e per averci creduto fino in fondo, sviluppandola al meglio, quando nessuno, oltre lui e Starck, aveva riposto reale fiducia nel progetto. 

Noale, 2018. Una parata di possessori di Motò 6.5, radunati per rendere omaggio a Ivano Beggio, nel giorno del suo saluto.


Nel 2018 Ivano Beggio, a Settantatrè anni, in seguito ad una lunga malattia, viene a mancare. Il giorno del suo funerale, tenutosi ad Asolo, un corteo di Aprilia Motò 6.5 lo scorta fino a Noale, davanti a un monumento sito nel parco cittadino. Era il monumento dei suoi genitori, le persone, che, in seguito alla seconda guerra mondiale, avviarono la ditta Aprilia, allora produttrice di biciclette.
Il Cavalier Alberto Beggio, padre di Ivano e capostipite dell’azienda, scelse il nome Aprilia per il suo marchio perchè fu rimasto molto affascinato dalla linea della Lancia Aprilia; e come sarebbe stato possibile dargli torto?

Andrea Petterini | Milano, 12 maggio 2020.

Andrea Petterini

andrea.petterini@superpista.it

<div dir="auto">Andrea Petterini è un designer Milanese, innamorato delle sue idee e del suo pianoforte, benché la viva affezione per l’automobile sia nata poco prima di quella per lo strumento. Oggi collabora con svariate aziende per lo sviluppo di prodotti e ambienti innovativi, dove spicca la sua limpida filosofia progettuale: intendere la forma come strettamente legata al significato di un oggetto, che ne deve comunicare l’essenza. Dal 2020 fa parte della redazione di Superpista, dove racconta storie e antefatti di automobili e motociclette uniche, ponendo un’attenzione particolare sugli aspetti formali e costruttivi di esse.</div>

Follow: