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il segnale ignorato - Superpista
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Rubens Barrichello

il segnale ignorato

Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola, provincia di Bologna, a circa 100 km da San Marino. La piccola Repubblica ha da anni “messo il suo nome sulla mappa del mondo”, come disse Muhammad Alì a proposito dello Zaire, ex Congo, che ospitava nel 1974 la grande sfida dei pesi massimi tra lui e Big George Foreman. I reggenti di San Marino colsero l’occasione alla fine degli anni Ottanta, quando fu chiaro che la pista di Imola non sarebbe mai stata in grado di rubare il prestigioso “marchio” di Gran Premio d’Italia alla cara vecchia Monza. 

il podio di Imola ’94. Schumacher vinse, con la Benetton Ford. Per ironia della sorte, su altre piste, si è avvicinato alla morte.

Su Imola pendeva già l’etichetta di “classicissima” dell’automobilismo, anche se è probabile che molti campioni di Formula Uno abbiano continuato ad ignorare l’esistenza della minuscola Repubblica del Titano.

Quello di San Marino è il terzo Gran Premio della stagione 1994: ad arrivarci nella miglior condizione di forma è il debuttante Schumacher, su Benetton Ford, che vinse le prime due gare, rispettivamente ad Interlagos ed Aida. Inizia a circolare l’ipotesi che il tanto decantato matrimonio tra Senna e la Williams stesse vacillando, eppure intorno al paulista si respira comunque un’aria di ottimismo. In Brasile circola una campagna pubblicitaria che lega il pilota alla Seleçao, la nazionale di calcio: circa un mese dopo la corsa sarebbero cominciati i Mondiali di calcio negli Stati Uniti, in cui la Nazionale verde oro, proprio come Ayrton, si sarebbe giocata il quarto Titolo Mondiale. “O tetra e nosso” recitava lo slogan, tradotto, il quarto titolo è nostro; vale per Romario e compagni, deve valere anche per Ayrton.

Il venerdì è segnato da un bruttissimo incidente che coinvolge il giovane brasiliano Rubens Barrichello: prende la variante bassa troppo velocemente, l’auto sottosterza e Barrichello non riesce a contenerla; la sua Jordan decolla per via del cordolo esterno che fa da trampolino, catapultandolo letteralmente contro le barriere, pochissimi metri più in là. Il ragazzo se la cava con la sola frattura del naso, ma che spavento. Forse la pista di Imola non è del tutto sicura: Enzo Ferrari amava definirla come il Nurburgring italiano, per via delle sue insidie e della quasi totale inesistenza di vie di fuga sicure; era un inferno anche Imola, nel 1994.

L’incidente di Rubens è spaventoso, ma il ragazzo se la caverà e non c’è tempo da perdere: la lotta per la pole position è dietro l’angolo. Born to Run cantava Springsteen, siamo nati per correre. Si continua.

Al sabato, durante le qualifiche, perde la vita Roland Ratzemberger: chi è questo ragazzo? Possiamo immaginare che anche lui sia nato per correre e, come tanti altri piloti, perse la vita facendo ciò che considerava lo scopo della sua esistenza. Quel giorno, di Roland, nessuno sapeva nulla: non doveva avere alle spalle gente coi soldi, infatti per poter entrare nel Circus più prestigioso dell’automobilismo si accontenta della Simtek, una piccola squadra inglese praticamente senza risorse. Nelle prime Due gare non si mette in mostra, in Brasile non riesce a qualificarsi, mentre in Giappone finisce undicesimo, rompendo il ghiaccio. Forse sarà capace di farsi notare, dopotutto è austriaco come Lauda, Rindt o Berger, forse sarà capace di portare avanti questa illustre tradizione, o forse, ne subirà il peso, scomparendo all’ombra di quei giganti. Non lo sapremo mai. 

la monoposto di Ratzenberger, distrutta dopo l’impatto.

La sua auto ha sbattuto sul muro esterno della Villeneuve, una curva che si percorre a più di 300 km/h, per poi essere malinconicamente trascinata dall’inerzia nei pressi della Tosca. 

Un muro, se preso a quella velocità, non ti lascia scampo: l’osso del collo e la base cranica di Ratzenberger si frantumano; i soccorritori seguono il protocollo, estraendolo dal rottame della sua Simtek con quei buffi sponsor MTV, riescono a riattivargli il cuore con un defibrillatore e in meno di Dieci minuti è all’Ospedale Maggiore di Bologna. Dopo sette minuti, i medici, ne constatano il decesso.

È palese che il ragazzo sia morto sul colpo, ma ufficialmente non fu così: la legge italiana prevede che se una persona, durante una competizione sportiva, perde la vita, l’impianto va posto sotto sequestro e l’intero evento verrà chiaramente cancellato. 

O si smette di correre, o si smette di piangere: “The Show Must Go On” cantava Freddie Mercury, già da anni malato, mentre si avvicinava al suo addio alla vita. I vertici della Formula Uno, di fronte alla tragedia, forse anche perchè Roland contava poco, decisero di procedere seguendo il ritornello di quella canzone uscita Tre anni prima. Lo show continua, quindi, perché sono cose che capitano: quando il tuo lavoro comprende il compito di percorrere una curva oltre i Trecento orari, devi mettere in conto che, se qualcosa va storto, le conseguenze saranno irreparabili. 

Ayrton Senna venne multato dalla FIA. Non voleva correre, ma corse per rispetto del contratto.

Non tutti la pensano come la FIA, uno su tutti Ayrton che, dopo aver fatto un lungo sopralluogo sul posto dell’incidente, chiederà a gran voce l’annullamento del GP. La Federazione lo multa, mettendolo a tacere. 

Quel pomeriggio, a Imola, il sole non cala più, mentre il buio è ormai padrone dei pensieri dei ragazzi che ogni settimana si mettono a rischiare le stesse cose che stava rischiando Roland, per inseguire gli stessi obiettivi.

Roland, quel giorno, se ne va da illustre sconosciuto. È il milite ignoto della Formula Uno. Entrerà poi nella storia come il campanello d’allarme ignorato. 

La domenica, per la gara, Ayrton porterà nell’abitacolo della sua Williams Renault progettata da Adrian Newey, una bandiera austriaca da sventolare a gara finita in onore del coetaneo, collega e avversario. I due, agli antipodi in quel contesto, condivideranno per sempre la stessa, maledetta, sorte. 

Per i suoi devoti, la Formula Uno è come una religione. Ha i suoi riti, le sue liturgie, i suoi santi ed i suoi demoni, ma anche i suoi martiri.

Matteo Giorgio Barbato | Bergamo, 13 maggio 2020.

Matteo Barbato

matteo.barbato@superpista.it

Bergamasco classe 1998, studente di scienze della comunicazione. Sconfinata passione per le automobili, con un debole per quelle d’epoca. Ferrarista. Sono un ossimoro. Sono passionale e facilmente emozionabile.

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