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Kamikaze da rally: la Toyota MR2 222D - Superpista
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Toyota MR2 222D

Kamikaze da rally: la Toyota MR2 222D

Nella prima metà degli anni Ottanta, la certezza del panorama rallystico mondiale era composta dal trittico Lancia – Audi – Peugeot. Esisteva, tuttavia, un microcosmo di case automobilistiche più o meno famose che schierava le proprie vetture nella speranza di infastidire i leader del campionato, rosicchiandogli qualche punto. Parliamo di marchi che non sempre partecipavano a tutte le gare della competizione, concentrando le proprie energie su alcune tappe strategiche, in cui le possibilità di un piazzamento erano maggiori e il ritorno d’immagine più consistente. 

Toyota era uno di questi. Il gigante del Sol Levante, punto di riferimento nel mercato asiatico, da qualche tempo aveva cominciato a esportare le proprie macchine negli Stati Uniti, e puntava a conquistare l’Europa. Se in Giappone la fabbrica era apprezzata anche per le sue piccole sportive, l’immagine che aveva nel resto del mondo era perlopiù quella di una Casa affidabile, che aveva costruito la propria fama sulla robustezza e l’economicità di pratiche vetture da famiglia. 

La Toyota Celica TCT impegnata nei suggestivi paesaggi del durissimo Rally Côte d’Ivoire.

Consapevole del ritorno mediatico dei rally, la Toyota decise che schierare la nuova Celica Twin-Cam Turbo al mondiale 1983 sarebbe stato il trampolino di lancio perfetto per sfatare questa convinzione. Con i suoi 330 cavalli, la TCT non poteva impensierire le Gruppo B di punta, ma ben presto si guadagnò una fama tutta particolare. Nell’anno del debutto, la spigolosa coupé giapponese si distinse per le sue doti di affidabilità, che la portarono alla vittoria in Costa d’Avorio. Il 1984 fu la volta del trionfo nel famigerato Safari rally, mentre l’anno seguente arrivò la prima doppietta: un’impresa tutt’altro che scontata nel campionato, tanto più per una trazione posteriore. I successi si ripeterono anche nel 1986, e valsero alla vettura la nomea di “Regina dell’Africa”. 

Ma era ormai chiaro che la dirigenza non si accontentasse più di vincere nel continente nero paraponziponzipò: per poter sognare in grande, bisognava lavorare su un nuovo progetto capace di mettere in difficoltà gli avversari anche nelle altre tappe del mondiale. Il compito di proiettare la Toyota nell’olimpo dei vincitori venne affidato alla MR2 222D, sviluppata per correre nel Gruppo S, la categoria destinata a diventare la punta di diamante del rallysmo internazionale. Per essere sicuri del risultato, vennero portati avanti Due studi in contemporanea: uno basato sul collaudato schema a trazione posteriore e uno parallelo che proponeva un’inedita soluzione a Quattro ruote motrici. 

Anche per il motore, si percorsero Due strade distinte: la prima prevedeva un propulsore 2.2 derivato dalla 85C che aveva gareggiato a Le Mans, mentre la seconda aveva come base di partenza il 4T-GTE da 2.0 cm³ che equipaggiava la sopracitata Celica TCT. Si vocifera che fosse circolata persino una terza bozza dotata di un V6, ma di fatto non se ne hanno tracce. I Due prototipi, riconoscibili per le differenti verniciature (bianco lucido e nero opaco) si distinguevano anche per la disposizione del motore, che era centrale in entrambi i casi ma longitudinale su una vettura e trasversale sull’altra. A seconda della configurazione, la cavalleria sotto il cofano oscillava fra i 600 e i 750 cv, sufficienti a garantire un rapporto peso-potenza a dir poco mostruoso. Grazie alla struttura tubolare in acciaio e all’abbondante uso di materiali leggeri, la massa della 222D non superava i 750 chilogrammi. 

Esteticamente, l’auto tradiva la sua vera natura di predatrice, al pari di un lupo vestito da agnello. Nonostante alcune concessioni dovute, come le prese d’aria maggiorate e la scomparsa dei fari “pop-up”, la 222D sembrava una MR2 ritoccata col body kit di qualche tuner jap piuttosto che l’arma definitiva della Toyota per dominare nei rally. La decisione della FISA di cancellare il Gruppo S, al termine di quella dannata stagione 1986, investì l’azienda come una doccia gelata. Insieme ai sogni di gloria, per la Casa nipponica sfumava ogni speranza di veder correre la sua kamikaze. Oggi l’esemplare bianco si trova esposto presso lo showroom Mega Web di Tokyo, mentre quello nero, che ha recentemente partecipato all’Eiffel Rallye Festival, è custodito nel quartier generale Toyota Motorsport a Colonia.

Il resto della storia lo conosciamo bene, con Carlos Sainz che nel 1990 si laurea Campione del Mondo piloti a bordo di una Celica GT-Four ST165. Per il titolo costruttori invece, la Casa giapponese dovrà aspettare il 1993, quando Juha Kankkunen porterà al trionfo la ST185, mettendo fine alla gloriosa striscia di successi della Lancia Delta.

Alessandro Giurelli | Roma, 15 maggio 2020.

Alessandro Giurelli

alessandro.giurelli@superpista.it

Nasce a Frascati nel 1993, l’anno in cui Larini e la sua 155 TI stracciavano l’invincibile armata Mercedes a casa propria, nel campionato DTM. Lancista convinto, non ha vissuto l’epopea rallystica della Delta Integrale, ammalandosi di nostalgia precoce già nei primi anni di vita. Appassionato di automobili, colma le lacune del suo garage riempiendo di macchinine le vetrine di casa. Ha una laurea in economia ma non sa dove metterla perché ha finito lo spazio sulle mensole.

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