Search
tutte le ruote di Morricone | Vol.1 - Superpista
fade
11360
post-template-default,single,single-post,postid-11360,single-format-standard,theme-averly,cookies-not-set,eltd-core-1.3,woocommerce-no-js,averly child-child-ver-1.0.1,averly-ver-1.7,eltd-smooth-scroll,eltd-smooth-page-transitions,eltd-mimic-ajax,eltd-grid-1200,eltd-blog-installed,eltd-main-style1,eltd-disable-fullscreen-menu-opener,eltd-header-standard,eltd-sticky-header-on-scroll-down-up,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,eltd-,eltd-fullscreen-search eltd-search-fade,eltd-disable-sidemenu-area-opener,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive
Ennio Morricone

tutte le ruote di Morricone | Vol.1

L’eco della scomparsa a 91 anni del Maestro Ennio Morricone è ben lungi dallo spegnersi, ed è ben comprensibile per via della fama ottenuta dal compianto compositore, oltre che all’impatto enorme che le sue più celebri composizioni hanno avuto addirittura nel rock contemporaneo: non c’è una grossa band (dai Pink Floyd ai Radiohead passando dai Metallica, per arrivare a smaccatissimi omaggi come “Knights of Cydonia” dei Muse) che non abbia dichiarato almeno una volta di essersi ispirata al compositore romano nello scrivere gli arrangiamenti per i loro dischi più celebri.

Per quanto alla parte “cinematografica” della sua produzione sia indubbiamente dovuta gran parte della sua fama planetaria, lo stesso Morricone tendeva puntualmente a ricordare la sua ecletticità da compositore completo, con un curriculum sterminato che andava dalla musica classica a quella leggera. Eppure, malgrado tutto, è inevitabile che la gran maggioranza dei terrestri associ il nome di Morricone ai paesaggi western leoniani, ai cavalli e alle uniformi impolverate, agli sguardi taglienti e rugosi dei vari Eastwood, Bronson, Wallach e Van Cleef. Associazione dovuta al successo planetario dei western di Leone, ma quantomeno limitante per l’ipertrofica discografia morriconiana che ha prodotto colonne sonore per più di 500 fra film e serial TV. E, contrariamente a quanto si possa pensare di primo acchito, sono molti i commenti sonori riconducibili al cavallo meccanico, ovvero quell’automobile che lo stesso Maestro dimostrò di non disdegnare affatto, visto che in seguito al successo dei film di Leone fu felice proprietario di una mastodontica Citroen SM, tuttora esistente ed in corso di restauro. 

Uno dei primi successi del Morricone “a motore” è un film del mai troppo compianto Luciano Salce girato in pieno boom economico, quel “La voglia matta” (1962) in cui il maturo industriale Ugo Tognazzi si unisce, vittima di quella che oggi chiameremmo crisi di mezz’età, ad una combriccola di giovani scapestrati invaghendosi di una giovane e bellissima Catherine Spaak. La sua macchina, perfetta per un uomo maturo con velleità giovanilistiche, è una stupenda Alfa Romeo 2600 Spider a sei cilindri in linea, che purtroppo non sarà risparmiata dagli scherzi atroci propinati al povero Ugo da parte dei giovinastri. Dello stesso anno e sempre a regia di Salce è “La cuccagna”, con cast quasi identico, amara critica del boom economico che si ricorda per la cruda scena in cui Catherine Spaak resiste ad un tentativo di violenza carnale da parte di un cumènda scappando dalla sua Lancia Flavia appartata in una stradina di campagna sotto un torrenziale diluvio.

Il sodalizio con Salce prosegue nel 1965 con “Slalom”, con Vittorio Gassman ed Adolfo Celi. Il film si segnala, nelle scene ambientate in Egitto, per l’alto numero di automobili Fiat fra cui due bellissimi esemplari di 2300 Familiare di color bianco, modello ultrararo da trovare persino sul territorio italiano. Dello stesso anno è “Thrilling”, film ad episodi diretto da registi vari fra cui Ettore Scola, che dirige l’episodio conclusivo in cui l’indisciplinato e spericolato automobilista impersonato da Alberto Sordi, dopo un banale incidente da lui causato alla guida della sua Autobianchi Bianchina Panoramica modificata, si butta all’inseguimento della Fiat 2300 S Coupè di proprietà del solito industriale milanese, restando infine a secco di carburante.

Nel 1967 Morricone lavora per due film degni di menzione: il primo è “Scusi facciamo l’amore?” di Vittorio Caprioli, ingiustamente sottovalutata (come tutti i film di Caprioli) commedia tragicomica sulle avventure di un gigolò, interpretato da un giovanissimo Pierre Clementi. Il primo acquisto del suo lucroso lavoro? Una fiammante Mini Minor Innocenti, vero e proprio sogno di quella generazione. Dello stesso anno è “Diabolik” del grande Mario Bava, trasposizione “pop” del celebre fumetto delle sorelle Giussani, di cui furono ovviamente trasposte le vetture simbolo dei protagonisti, ovvero laJaguar E-Type del criminale mascherato e la Citroen DS 19 dell’acerrimo nemico Ispettore Ginko.

Il 1970 è un anno molto prolifico per Morricone, già celebre all’estero per le sue composizioni “western”, che firma un’ indimenticabile colonna sonora per “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri con un immenso Gian Maria Volontè come protagonista, vincitore del premio Oscar come miglior film straniero. Il film è una delizia per ogni appassionato Alfa Romeo che tale si voglia definire, per il largo utilizzo di 2600 Coupè Bertone in livrea grigioverde al posto della “solita” Giulia. Ancora un’ Alfa protagonista di “La moglie più bella” di Damiano Damiani, notevole film d’esordio della quattordicenne Ornella Muti rapita dal giovane e fascinoso boss mafioso Alessio Orano (poi marito della Muti anche nella vita reale) che per buona parte del film sfoggia una scintillante GT 1300 Junior gialla. Dello stesso anno è il teso noir “Città violenta” di Sergio Sollima, passato alla storia per un funambolico inseguimento con protagonista la Ford Mustang MK1 guidata dal killer “redento” Charles Bronson. 

Il connubio fra Morricone, Petri e Volontè si sarebbe rinnovato l’anno seguente ne “La classe operaia va in paradiso”(1971), di cui – motoristicamente parlando – si ricordano due scene: la stupenda Citroen ID monofaro rossa data alle fiamme durante una contestazione operaia e la Fiat 850 di Volontè protagonista di una delle più tragiche e desolanti scene di sesso della storia del cinema, in cui la macchina (scomodissima per certi… scopi, e non certo bella) viene addirittura lodata come “ottimo acquisto” da Volontè al termine della scena citata. Nello stesso anno Morricone partecipa alla miniserie TV di tre episodi “Tre donne”, tutti con la compianta Anna Magnani, di cui uno (“L’Automobile”) analizza il boom economico attraverso l’auto come riscatto sociale di una matura prostituta, che si regala una fiammante Fiat 850 Spider giallo ocra che finirà incidentata sulla strada per Ostia dinanzi ad una sconsolata Magnani che pronuncia la celebre frase “Tutti matti…. Qui so’ tutti matti…..”

Sempre nel 1971 vede la luce il sodalizio di Morricone con il giovane Dario Argento, di cui firma le musiche per “L’uccello dalle piume di cristallo” e “Quattro mosche di velluto grigio”: in quest’ultimo, il protagonista Michael Brandon guida in modo spericolato uno dei coupè più ambiti di quel periodo: una Alfa Romeo 2000 GTV color verde oliva metallizzato. E, sempre nel 1971, “Gli scassinatori” di Henri Verneuil segna l’inizio del sodalizio fra Morricone e l’attore francese Jean Paul Belmondo, protagonista di quello che forse è uno degli inseguimenti più epici della storia del cinema d’azione: quello fra la Fiat 124 Special T 1600 guidata da Belmondo e la Opel Rekord di Omar Sharif per le strade di Atene. Scena ovviamente partorita dalla mente folle del migliore cascadeur cinematografico di tutti i tempi, quel Remy Julienne che ai tempi, e non a caso, era anche testimonial Fiat.

Il 1973 è un anno importante per il Maestro romano, che prende parte a “La proprietà privata non è più un furto”, terzo capitolo della “trilogia della nevrosi” di Elio Petri, di cui si ricorda la truculenta scena in cui due ladri anonimi inseguiti dalla polizia si ribaltano a bordo della loro Alfa Romeo GT “scalino” rossa. Contemporaneamente firma un indimenticabile score per il bellissimo noir “Revolver” di Sergio Sollima con Oliver Reed e Fabio Testi, la cui canzone di apertura (Un amico”) verrà rispolverata da Quentin Tarantino per una topica scena di “Inglorious Basterds”. Nella seconda parte, tutta girata in Francia, il film è un vero diluvio di vetture transalpine, Citroen DS in primis. 

Un’altra DS, stavolta di colore nero, è protagonista della scena di apertura di “Milano odia, la polizia non può sparare” di Umberto Lenzi, probabilmente il più violento e malato fra i poliziotteschi del tempo. La pellicola si ricorda (o meglio, non si scorda) per diverse scene, fra cui quella del rapimento della ragazza “bene” impantanata con la sua Mercedes SL “Pagoda” e dell’uccisione della fidanzata del criminale Giulio Sacchi interpretato da un gigantesco Tomas Milian, che la farà precipitare sul fondo di un lago a bordo della sua Innocenti Mini Minor MK2 rossa: una scena semplicemente agghiacciante. Un’altra Mini, stavolta una 1001 Export color pesca, è protagonista dello strano thriller onirico “Macchie solari” del 1975, mentre nel polar “Il poliziotto della brigata criminale” sempre di Vernuil e ancora con Belmondo, il commissario dai metodi spicci interpretato dall’attore francese si brucia la carriera causando un morto involontario speronando, alla guida della sua Peugeot 504, la Citroen DS Pallas di un’incolpevole automobilista di passaggio.

Del 1977 è “Autostop rosso sangue”, film “atipico” per Pasquale Festa Campanile, interamente ambientato negli States e che vede come protagonista una mastodontica Ford Galaxie con roulottone al traino, che nella scena di un incidente diventa miracolosamente una Chevrolet Impala dello stesso colore, erroraccio non certo emendabile in un film con pretese di “internazionalità”. Nello stesso anno Luigi Zampa filma il notevole “Il mostro”, ovviamente nulla a che vedere col film di Benigni, in cui la miracolosa scalata al successo del giornalista di infima categoria Johnny Dorelli è sancita dal passaggio da una piccola ma nervosa Innocenti Mini 90 ad una lussuosa ed affascinanteRover SD1. Il 1978 è caratterizzato invece dalla partecipazione nel film ad episodi “Dove vai in vacanza?” di cui Morricone firma lo score per l’episodio meno memorabile, “Sarò tutta per te” di Bolognini con Ugo Tognazzi, ma per lo meno ben fornito di notevoli vetture Fiat: la 132 2000 di Tognazzi e la Ritmo 65 CL di Stefania Sandrelli, allora appena uscita sul mercato, protagonista di una scena ad alta velocità. Un vero e proprio road movie è invece “Viaggio con Anita” di Mario Monicelli con Giancarlo Giannini e Goldie Hawn. L’auto del “viaggio” è un’altra esordiente di quel tempo, una Alfa Romeo Giulietta 1.6 argento metallizzato. Oltre al marchettone evidente per la bella media di Arese, il film si ricorda per un curioso incidente autostradale che vede coinvolte una bisarca e alcune vecchie vetture francesi, fra cui Renault 8 ePeugeot 404 Break.

Gli anni ’80 stabiliscono un ulteriore connubio fra Morricone e il mondo automobilistico, grazie ai due film dell’esordiente Carlo Verdone (prodotti, non a caso, dall’amico Sergio Leone): la pellicola d’esordio “Un sacco bello” rimane memorabile, oltre che per la Mercedes W123 bianca guidata da Mario Brega – e di proprietà dello stesso, pare – ovviamente per l’indimenticabile Fiat Dino Spider nera con striscia rossa laterale, accessori “estemporanei” e “testata abbassata” (in un V6? Mah…) mentre il successivo “Bianco rosso e verdone” è addirittura incentrato sulle automobili, che ostentano livree in linea col titolo (una 131 Panorama CL color bianco, una Alfasud 1,2 rossa e una Fiat 1100 verde scuro). Delle tre, quella che rimarrà celebre sarà ovviamente l’Alfasud “immigrant look” di Pasquale Ametrano, condotta dallo stesso con dovizia di sgassate e progressivamente smontata delle varie parti nel corso di un film in cui la libertà è ben rappresentata dal Maggiolone Cabriolet azzurro metallizzato guidato dal compianto Angelo Infanti.

Ma il decennio in corso è anche, per il Maestro, denso di impegno civile. Sue sono le leggendarie musiche per il seguitissimo serial Rai “La Piovra”, in cui il profluvio di vetture anni ’70 – ’80 è costante, anche se un certo disappunto causa il veder passare il commissario Cattani impersonato da Michele Placido da una fiammante Alfa Romeo Giulietta 1.8 seconda serie ad una Fiat Ritmo 60: praticamente un boicottaggio.

Di nuovo una parentesi francese con “Joss il professionista” (1982) passato alla storia per il notevole inseguimento fra una rombante Fiat 131 2000 TC Supermirafiori guidata da Belmondo e una Peugeot 504 che fa una fine decisamente poco felice, mentre nel 1988 viene chiamato da Polanski per il thriller “Frantic” (1988), in cui una delle sequenze più adrenaliniche ha come protagonista una Peugeot 604, sfortunato esordio della Casa transalpina nel settore delle berline di lusso. Nello stesso anno, Morricone firma una indimenticabile colonna sonora per “Nuovo cinema paradiso” di Giuseppe Tornatore, ancora premio Oscar, nella cui ottima ricostruzione storica si segnalano la Fiat 1500 Bcon cui Nino Terzo parte dal paesello e la lussuosa Mercedes W126 con cui Totò, ormai affermato produttore, ritorna al paesello stesso.

Gli anni novanta sono caratterizzati da “Legami!” (1990) di Pedro Almodovar in cui Antonio Banderas per tornare al paese natale ruba una Seat Ibiza prima serie, “La scorta” (1993) di Ricky Tognazzi in cui le Alfa Romeo (una Alfa 90 “blindata” e una 33 1.3 prima serie “bona pa’ pressa”, Sperandeo dixit!) la fanno da padrone. Ma gli anni novanta segnano per il Maestro anche il riavvicinamento con Dario Argento ne “La sindrome di Stendhal” (1996), che si segnala per il brutale sgozzamento dei due poliziotti di scorta a bordo della loro Alfa 75, e il ritorno ad Hollywood con “U Turn” (1998) di Oliver Stone, incentrato sulle peripezie dello sfortunato malavitoso Sean Penn a bordo della sua Ford Mustang convertibile. 

Fin qui, grossomodo, le commistioni automobilistiche degne di nota. Il nuovo millennio vide per Morricone, posto il declino delle produzioni cinematografiche italiane, un aumento esponenziale dell’impegno per le miniserie RAI e saltuari ritorni in produzioni hollywoodiane (spesso a cura dell’entusiasta Quentin Tarantino), grazie al quale arriverà il secondo e strameritato Oscar.

Antonio Cabras

antonio.cabras@superpista.it

Nasce a Sassari nel 1980 e subito dopo gli viene diagnosticato l’autismo. Ma fraintende, e così comincia a disegnare automobili a tutto spiano dimenticandosi di imparare a parlare. Laureatosi per sbaglio in giurisprudenza, capisce appena in tempo che è meglio essere ricordati per una vignetta sulla Fiat Duna che non per una causa rovinosamente persa.

Follow: