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San Giuseppe Busso. Festa del Papà dei violini di Arese. – Superpista
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San Giuseppe Busso. Festa del Papà dei violini di Arese.

Festa del Papà, San Giuseppe.

Un nome che, per associazione di idee in un contesto puramente automobilistico, probabilmente avrà un solo cognome: Busso.

Il progettista che con Due motori e i suoi derivati, praticamente ha motorizzato le Alfa Romeo (e non solo) dal Secondo Dopoguerra ai primi anni 2000, eccezion fatta per i boxer e i diesel . Con il suoi Bialberi e Violini di Arese ha soddisfatto auto blu, guardie e ladri, dirigenti e impiegati.

Insomma, ha messo d’accordo tutti. Me compreso. Quando iniziai a capire qualcosina di auto, ormai l’Alfa Romeo aveva già accantonato i suoi propulsori (per via delle emissioni), un po’ come quando il ragazzo fa spazio nella sua cameretta e si disfa dei giocattoli che non usa più; ma come Toy Story ci insegna, ogni ragazzo farà sempre lo scatolone con gli oggetti più significativi della sua infanzia, quelli che hanno animato pomeriggi interi.

Ecco, quello scatolone potrà marcire in una cantina o in una soffitta, ma mai e poi mai abbandonerà quella casa, nonostante tutto.

Un giorno, casualmente, verrà riaperto e riaffioreranno le emozioni, le sensazioni e i ricordi.

l’Alfa Romeo 166: l’ultima ammiraglia della Casa di Arese. L’ultima ammiraglia dotata dei propulsori sviluppati da Giuseppe Busso.

Così mi piace immaginare la dinamica di dismissione all’Alfa Romeo e allo stesso tempo mi permette di apprezzare scene come quelle nella piazza del paese, in cui un papà, leggendo la targhetta “3.0 V6” sull’Alfa/Lancia/Fiat Croma (la Croma per me rimane una creatura mitologica nel gradino sottostante rispetto all’unicorno) di turno, stupefatto dice a suo figlio: “Oh ma è un Busso!”

il mitico Busso, montato sulla Fiat Croma. Agli alfisti, quest’operazione è sempre sembrata un affronto. Tuttavia, meglio su una Croma che in fondo a una cantina. Chi possiede una Croma Busso, può considerarsi dotato di unicorno.

Non so se quel papà possa essere il vostro, ma di sicuro è il mio. Ricordo ancora quando, col carroattrezzi, mio padre portò a casa la 75. La scritta cromata “3.0 V6”, affiancata da un simpatico quadrifoglio verde, rifletteva quel sorriso a 32 denti sul suo volto, consapevole del fatto che quell’espressione felice sarebbe durata poco, giusto il tempo di raccontare a mia madre cos’avesse combinato, giustificando l’acquisto per un fantomatico “investimento” che puzzava di bugia lontano un chilometro.

Non che non abbia raggiunto quotazioni invidiabili, per carità, ma perché il garage di casa nostra è dotato di una porta sola e funge da senso unico: entrano le auto, ma non escono mai per essere vendute. A questo punto, giustamente, c’è chi puntualizzerà facendo presente che a livello prestazionale c’era, c’è e ci sarà, di meglio rispetto a ciò che fece questo progettista torinese.

Sono d’accordo, ma qui non si sta parlando di fredde schede tecniche. Qui si fa riferimento alle emozioni. E quando uscì la Brera, con il 3.2 di derivazione americana cangureggiante, capii (che poi, ho capito dopo ovviamente perché io, a 9 anni, capivo ben poco) che la magia era finita. O meglio, la musica era cambiata. In conclusione, Giuseppe Busso, progettista di Due tra i più importanti propulsori della storia italiana, ha contribuito sicuramente a dare lustro al parco auto nazionale, ma indirettamente ha arricchito lo scatolone di ricordi indelebili della nostra memoria, ognuno dei quali collegato ad aneddoti incastonati nelle storie di ognuno di noi.

la 75 3.0 6V America. Il Busso, in questa declinazione e su questo telaio, si esprime nel migliore dei modi. Il propulsore nasce espressamente per la trazione posteriore, d’altronde.

La mia mi teletrasporta lungo una delle vie della mia città, Mirandola, su una 75 con Quattro fantastici Speedline “rubati” ad una SZ. La lancetta del contagiri che è molto vicino alla zona rossa e mio papà che, sorridendo, si gusta la sua “sicura rivalutazione”.

Carlo Mantovani. Mirandola, 19 marzo 2022.

Redazione

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